Blue di Derek Jarman. Cinema come arte e vita

Personal Infos
Name: 
Missero
First Name: 
Dalila
Category: 
cult
Language: 
Italian
Un fotogramma da "Art of Mirrors" (1973)
Un fotogramma da "Blue" (1993)

Poche parole sulla trama: quattro voci discorrono su uno schermo monocromo blu nel compiersi inesorabile di una malattia, nel progressivo avanzare della cecità di uno dei quattro (che spesso parla in prima persona). La letterarietà del film è palpabile, il legame con il libro di Jarman Chroma è inscindibile. Gradualmente, come scorrendone le pagine, accompagniamo il regista verso il compimento del suo destino, cullati solo dalle parole e dai suoni. Il tema principale del film appare quindi la riduzione (non la rimozione) percettiva, semantica, e narrativa. Per capirne il perché occorre riflettere sull'asse tematico-concettuale che sorregge Blue, la malattia e la perdita della vista. Sembra non vi sia spazio per scorgervi altro: lo schermo è monocromo (ma non neutro) e si ascolta la progressione del dramma come imprigionati da una membrana blu. La costruzione dei dialoghi che intessono il film funziona, invece, per impressioni sensoriali simili ad ampie macchie di colore. Tuttavia, ci si trova di fronte a un'opera assolutamente monolitica nella sua essenzialità. Il cinema sembra essersi ripiegato su sé stesso ed è il perno vero, forse, di questo film.

Detto questo non si può ignorare la sapienza pittorica di Jarman. Il monocromo blu, nella sua fissità, illude lo spettatore di scorgere qualche lieve cambiamento di tonalità nel corso della visione. A volte il blu sembra più scuro, altre più chiaro. Si tratta di variazioni quasi impercettibili, una sfida all'occhio che allo stesso tempo è influenzato dall'impressionismo emozionale dato dalla variabilità dei dialoghi. Non è la prima volta che Jarman sfida l'occhio dello spettatore. Art of Mirrors, una delle sue prime opere, è un surreale cortometraggio in cui figure bizzarre incappucciate animano uno scenario tetro e senza tempo. È noto come i suoi primi lavori fossero parte integrante della sua attività artistica, e forse solo in questo senso si può leggere Blue e la sua sfida ottica. In Art of Mirrors, infatti, emergono già queste componenti: la dominante monocromatica, ma soprattutto l'impedimento alla visione. I personaggi di Art of Mirrors abbagliano lo spettatore con la luce del sole riflessa dagli specchi che tengono in mano passando davanti alla cinepresa. In questo modo si rende lo spettatore temporaneamente cieco, quasi ad avvertire l'occhio che non è sempre lecito guardare tutto quello che gli passa davanti.

Tuttavia, in Blue, la "rinuncia" all'immagine ha soprattutto un carattere profondamente cinematografico. La malattia ha costretto Jarman alla cecità. L'affievolirsi della vista diviene un monito costante che accompagna l'approssimarsi della fine. Si potrebbe allora concludere che, privando un film dell'immagine, si stia decretando la morte del cinema. Tuttavia, le cose non stanno propriamente così. In primo luogo, all'immagine non si è veramente rinunciato, semplicemente è stata soppressa la figura anche perché, presumibilmente, la vista di Jarman non la percepiva più. Piuttosto, come la vicenda del regista, anche il cinema viene ridotto alla sua stessa essenza: l'essere prima di tutto uno schermo opaco. Allo stesso tempo la vista opacizzata dalla malattia costringe a fare i conti con un'essenzialità del mondo che pare risolversi solo nell'ineluttabilità della morte. Anche il dialogo si fa fluido nella sua frammentarietà di senso, conducendo inevitabilmente a un'altra forma essenziale dell'umano, il pensiero. Così, nel testamento spirituale e cinematografico di Jarman, si assiste a una perfetta e inequivocabile immedesimazione tra cinema e vita, in cui l'ultimo film possibile è un meraviglioso schermo blu.