Il cavallo dell'Apocalisse - The Turin Horse

Personal Infos
Name: 
Fichera
First Name: 
Francesca
Category: 
cult
Language: 
Italian
Il cavallo dell'Apocalisse - The Turin Horse

Avete mai letto qualcosa di Hemingway? Di sicuro il paragone fra (citando il più eclatante) Il vecchio e il mare e The Turin Horse può sembrare assurdo, almeno perché, nel primo caso, abbiamo a che fare con qualcosa che scorre e rapidamente irradia senso dalla sua forma compiuta. Mentre questo davanti al quale ci troviamo è un fiume che porta all'estremo i dettami del linguaggio convenzionalmente conosciuto del cinema. Ma è una metafora ininterrotta e perfettamente mimetizzata, proprio come gli scritti di Hemingway, che svela i suoi molteplici significati nel suo lento, cadenzato, progressivo comporsi.

Andrebbe citato più spesso l'episodio di Nietzsche che viene attribuito all'origine della sua pazzia, momento cruciale in cui il filosofo si rende conto di aver sbagliato tutto, dell'incompatibilità del mondo con il vero se stesso, un mondo storto, sbagliato, crudele, senza speranze, che andrà avanti così fino alla notte dei tempi, nonostante qualcuno si ostini a riaccendere il fuoco, il lumicino dell’andare avanti nonostante tutto. Nietzsche abbraccia il cavallo frustato dal cocchiere, piange, strepita, infine tace. Non prima di aver detto a sua madre: “Mutter, Ich bin dumm (“Mamma, sono uno stolto”). Poi l’oblio. Georg Simmel volle dare una lettura spirituale-esistenzialista del gesto, intendendolo come estrema auto-espulsione dalla nuova modernità dilagante delle metropoli. Milan Kundera invece - ne L’insostenibile leggerezza dell’essere - vide nello struggersi delirante di Nietzsche una doverosa richiesta di perdono per la disumanità dell’umanità, la stessa che il pensiero filosofico a lui precedente aveva in qualche modo resa legittima.

Nessuno si era mai domandato "che fine avesse fatto il cavallo". Se l’è chiesto l’ungherese Béla Tarr e, nel chiederselo, ce l’ha mostrato senza complimenti, in 145 minuti magistralmente ripresi fra l’interno spoglio di una capanna e l’esterno di un desolato paesaggio rurale, sferzato dal vento. Sei giorni di vita e di lavoro di due contadini, padre e figlia, racchiusi fra quattro mura, in due ore e mezza parche di parole e di stacchi di montaggio. Tutto è nei piani-sequenza, eccezionali, potenti, in grado di restituire la forza atavica del cinema. Quella sospesa tra fotografia in movimento e racconto per immagini. Una graduale apocalisse quotidiana che si fa integrazione perfetta di forma e contenuto: un’esperienza sofferta, che si fa tramite di sofferenza. La corruzione non lascia tregua, come il vento incessante che batte sulle pareti del rifugio fino a prosciugare i bisogni dell'uomo. La vita umana è ipostatizzata nell'abitudine, nei gesti dettati dalla necessità, negli ossessivi schemi del tempo. Ma è un equilibrio destinato a rompersi per natura: l’acqua finisce, il cibo marcisce, il cavallo non si muove più, il fuoco fatica a restare acceso.

Tarr riproduce l’esistenza in tutta la sua "inevitabile pesantezza". E a chi gli domanda cosa c’entrano Nietzsche e il cavallo con la sua creazione, lui risponde: "C’entrano, perché fanno parte del film, come il cavallo del carro e tutto il resto". Così quando lo sguardo della mpd, che segue e ha inseguito la prolissa routine degli sventurati, indugia sull’amara scoperta del pozzo vuoto, nulla ci vieta di pensare che a guardare davvero sia il filosofo tedesco. Conservando per un momento le distanze, immobilizzandosi sulla soglia, perché c’è ancora qualcosa che va osservato da lontano. Per salvarsi.