"Il Volto" incantato di Ingmar Bergman

Personal Infos
Name: 
Jallin
First Name: 
Nicole
Category: 
cult
Language: 
Italian
"Il Volto" incantato di Ingmar Bergman

L'autocitazione, l'autobiografismo e la riflessione metalinguistica sul cinema e sullo spettacolo (la finzione e il mistero, l'illusione dell'arte, l’apparenza ingannevole e l'ambiguità del senso) sono gli elementi che dominano Il Volto. Da subito Bergman analizza da un lato la condizione dell'artista-mago, ritratto della creazione e insieme del definitivo fallimento esistenziale; dall'altro s’interroga sul limite insondabile esistente tra vero e falso, realtà e finzione, in un’atmosfera fantastica dichiarata e tematizzata (1). Una dimensione magica fatta di streghe, pozioni e incantesimi, segnata dalla prima apparizione della Nonna (qui Bergman è forse troppo esplicito) che conferma questa sensazione. La vecchia donna infatti è molto più simile a una strega (i suoi abiti e i suoi movimenti non lasciano alcun dubbio) più che a un'anziana e docile nonnina. Un’irreale emozione fiabesca ricercata coscientemente da Bergman che si contrappone alla logicità e al razionalismo prima di Tubal (il dialogo nella carrozza) e subito dopo del dottor Vergérus. E il protagonista Vogler? Bergman sta ben attento a disegnare questo personaggio come apparente scienziato o semplice ciarlatano. Ma lungi da tutto ciò, egli è colui che s’interroga (alter ego del regista) circa il mistero dell'esistenza umana e, per questo, vive con un senso di angoscia e frustrazione.

Da un lato vi è quindi lo spirito “analitico” e “positivo” di Vergérus, dall'altro, suo opposto e doppio, l'artista impostore Vogler. La bramosia di smascherare l'impostore farà precipitare Vergérus e il suo razionalismo in un circolo vizioso che lo condurrà a “smontare” e rivelare il trucco di  Vogler. Cadono così la maschera, i capelli e la barba finta, il trucco e il finto mutismo. Cade il personaggio e rimane l'attore. Quel che resta è l'immagine (prima riflessa nello specchio della soffitta e poi reale) di un Vogler irriconoscibile. Attenzione però, Vergérus non ne esce vittorioso. Certo la verità viene svelata, ma consiste solo in un attore che sveste i panni del suo personaggio e si mostra come tale. Ed è proprio nell’essenza vera della finzione (il “teatro segreto”) con i suoi trucchi e i suoi inganni che risiede la natura profonda dello spettacolo e dell'arte della rappresentazione. Qui Vergérus non può arrivare. E qui Bergman pone la metafora metalinguistica implicita dell’opera cinematografica quale irriducibile creazione di trucchi e sortilegi scenici. Mette in scena lo spettacolo dell'arte attraverso l'arte dello spettacolo  (il cinema stesso) enfatizzandolo, soprattutto a livello estetico-visivo, da uno stile che richiama, ancora una volta, l'espressionismo (in particolare nella sequenza dell'autopsia in soffitta). Un immaginario inafferrabile che confonde tutti i personaggi (anche i più scettici e razionali) che non risiede però negli strumenti scenici di Vogler, quanto nel suo "talento per la regia, il sublime talento scenico". Magia (pro)filmica, sembra dire Bergman. E allora il balenio di luci e ombre; il rintocco dell’orologio; il rumore dei passi nel buio; la visione “distorta” speculare; il soffio improvviso che fa cadere i fogli sono "trucchi da mestierante, certo, ma trucchi che concertati con sapienza e senso della suspense dinanzi a spettatori adeguatamente preparati danno l'illusione della suprema magia, della fascinazione travolgente e assoluta". Attraverso la messa in scena Bergman ci parla del cinema come luogo in cui il magico e l'irrazionale sfumano nel reale creando quel senso di “fanciullesco” stupore che (come la lanterna magica) lascia esterrefatti anche i più accaniti Vergérus.

La riflessione sull'arte, sulla tecnica della mise en abyme della rappresentazione, sul fantastico e sull'immaginario, sulla drammaturgia della luce, dell'inquadratura e del primo piano, rende i film di Bergman straordinari non solo perché parlano di sogni, ricordi o paure dei suoi personaggi, ma soprattutto perché vengono raccontati attraverso il sogno: elemento costitutivo e fondante del suo cinema. Minuto dopo minuto impariamo a conoscere Bergman come autore e sognatore che fatica a distinguere il fisico dal metafisico, la verità dalla menzogna. In questo senso, il Volto rappresenta sia un medium (inteso come mezzo comunicativo) che un terreno privilegiato su cui elaborare una profonda riflessione metalinguistica sul cinema e sull'arte della rappresentazione in generale. "Questo film, uno dei più enigmatici, è forse il suo capolavoro sotterraneo, una delle chiavi del suo cinema. Bergman si dedica alla vertigine dell'autocitazione" (2).

Note:
(1) Si pensi alla misteriosa “foresta incantata” all’inizio del film. Bergman definisce questo spazio nel dialogo tra Tubal e la Nonna: “In questa foresta i fantasmi vagavano scuotendo le loro catene per impedire alla gente di entrarvi dopo il tramonto”.
(2) O. Assyas, S. Björkman, Conversazione con Ingmar Bergman, Lindau, Torino 1994, p. 78.