Inglourious Basterds: il Cinema, l'immaginario e la Storia

Personal Infos
Name: 
Badella
First Name: 
Daniele
Category: 
cult
Language: 
Italian
Inglourious Basterds: il Cinema, l'immaginario e la Storia

“Sai che ti dico, Utivich? Questo potrebbe essere il mio capolavoro”. Così dice al compagno il tenente Aldo Raine (Brad Pitt), ripreso dal basso, lo sguardo fisso sullo spettatore, mentre contempla compiaciuto la svastica intagliata sulla fronte del nazista, nel finale di Bastardi senza gloria. Battuta che la dice lunga sulla consapevolezza di Tarantino di aver raggiunto, con Inglourious Basterds, la sua prova più matura, la summa del suo fare cinema.

La grandezza dell’opera non sta solamente nel dotto citazionismo di film, figure, icone, stilemi, brandelli di cinema che Tarantino da sempre fagocita e combina in miscele esplosive (le pellicole vanno qui letteralmente in fiamme). Si va oltre il metacinema, il cinema che parla di sé, del suo linguaggio, della sua grammatica, dei suoi meccanismi di funzionamento. Tarantino non parla attraverso il cinema, ma “parla il cinema, una lingua-cinema che nemmeno lui conosce, ma la parla” (come ha notato Enrico Ghezzi), la lascia affabulare, divagare e delirare, fino a precipitare e ad arenarsi in un cortocircuito storico (il rogo dei gerarchi nazisti all’interno del cinema). Non è pertinente parlare di anacronismi, di una dicotomia tra realismo storico e  fiction. Per Tarantino non esiste una Storia, una Verità Ufficiale data a priori, in cui incastonare eventi e personaggi di fantasia. C’è solo il Cinema, strumento onnipotente, che ingloba al suo interno pezzi e detriti di Storia, scelti arbitrariamente, metabolizzati e restituiti in una particolare prospettiva. Hitler, il dittatore folle e sanguinario, è ridotto a una caricatura: rimane sullo sfondo, quasi impotente, patetico burattino in preda all’isteria. Il vero simbolo del male e dell’efferatezza umana è invece incarnato da un personaggio di finzione, il colonnello delle SS Hans Landa (Christoph Waltz). Non a caso è proprio lui che, nel finale del film, si accorda con Raine per modificare, riscrivere la Storia attraverso una serie di falsità, per mettersi al riparo dal passato nazista. Non si tratta semplicemente di annullare lo sviluppo storico, cambiare il corso degli eventi attraverso il cinema. L’operazione di Tarantino non è un’ucronìa o una distopia. E’ il cinema, fabbrica di storie per definizione, che genera, produce la Storia e ne scrive la fine a piacimento, coerente solo a se stesso, alla sua potenza creatrice e immaginifica.

L’immaginario conta ancor più dell’immagine, dice Tarantino, e lo mostra nella magistrale sequenza della taverna francese. Tre dei “bastardi”, nei panni di ufficiali tedeschi, sono tirati in ballo da un astuto membro dello Gestapo in un banale gioco: si deve indovinare il nome del personaggio famoso che ciascuno reca scritto su una carta appiccicata in fronte. I riferimenti e i modelli culturali, senza distinzione tra americani, inglesi e tedeschi, affondano prima di tutto nel cinema, nella sua lingua universale: sulle carte si annotano nomi di registi, famose attrici, miti archetipici come King Kong. La lingua parlata è un codice insidioso, inaffidabile. Il nazista è insospettito dallo strano accento tedesco del tenente Hicox (Michael Fassbender), che si giustifica appoggiandosi all’immaginario cinematografico: dice di provenire dal monte Piz Palü e di essere stato ritratto nel film di G. W. Pabst (La tragedia di Pizzo Palù, 1929). Il nazista conosce il film, si fida di ciò che ha visto, o che crede di aver visto, più di ciò che ha sentito, bevendosi così la menzogna. La cinefilia può anche salvare la vita, a volte.