L'immortalità ematica: Dracula e il nostro Doppio, il vampiro nell’immaginario collettivo dagli esordi cinematografici ad oggi

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Name: 
Mazzucca
First Name: 
Annarita
Category: 
in deep
Language: 
Italian
L'immortalità ematica: Dracula e il nostro Doppio, il vampiro nell’immaginario collettivo dagli esordi cinematografici ad oggi
L'immortalità ematica: Dracula e il nostro Doppio, il vampiro nell’immaginario collettivo dagli esordi cinematografici ad oggi
L'immortalità ematica: Dracula e il nostro Doppio, il vampiro nell’immaginario collettivo dagli esordi cinematografici ad oggi

Nei nostri anni di interesse diffuso per l'estremo e il deviante, anche i mostri sono diventati un tema di moda, anche se la loro origine si perde nella notte dei tempi, considerando che se ne rinvengono tracce e testimonianze persino nella Bibbia e nell'Odissea. Il rigoroso ordine architettonico che struttura il mondo medioevale lo concepisce come altro da sé, ciò che non è rationabilis e lo aliena totalmente. La mostruosità è peccato, va corretta e punita e i mostri vengono rinchiusi. All’Illuminismo non resta che aggiustare il tiro: il mostro era da sempre figura notturna, abitante del buio, privo di ratio; ora si tratta di privarlo delle connotazioni metafisiche e diaboliche che gli erano state assegnate. A poco a poco la mostruosità non è più ragione offuscata, ma attiva, sfrenata, esaltata. Nel frattempo è stato inventato il cinema. Fin dall’inizio, la sua storia e le sue teorie sono state poste sotto il segno della dicotomia tra Reale e Immaginario, anche se questa dicotomia non può reggere e i termini tornano sempre a confondersi: ogni passo avanti nella direzione del realismo, l’introduzione del sonoro, del colore, sino agli attuali sofisticatissimi effetti speciali, è in realtà un incremento della finzione, tendendo a convincere lo spettatore che non è più in un cinema a guardare, ma in qualche modo dentro l’immagine; mentre è proprio il cinema fantastico a smettere di fingersi realtà e a svelarsi per quello che è : cinema, appunto.

Il cinema è dunque sogno della ragione, illusione dei sensi, agguato della follia: il cinema ha la natura del mostro. Il cinema appare perennemente sospeso sul crinale della mostruosità, nel senso di mostrare, e, d'altro canto, cos’altro sono i mostri se non icone con la funzione di indicare? I primi mostri al cinema furono il Golem, Caligari e Nosferatu, anche se in genere tutti i mostri classici risorgono in vicinanza della Grande Depressione: licantropi, mummie, Frankenstein, nonché il mito del vampiro. Dracula, Nosferatu, il Principe della Notte, l’Antiscristo, l’Inestinto. La sua è una condizione di invidia della vita e della morte allo stesso tempo, è il limbo imperituro della coscienza umana votata al desiderio di immortalità, ma rassegnata a una fisiologica condizione di mortalità. Desiderio, invidia di vita, ma anche della possibilità di una morte reale, il vampiro nasce come mito nel 1800, ma, come archetipo, si perde senza dubbio nella notte dei tempi dell’umana coscienza. È dunque il sogno di immortalità che ciascuno di noi inconsapevolmente culla ad aver reso “immortale” questo sogno della Ragione, questo archetipo del Male dal fascino senza declino, che, col passare delle ere cinematografiche, è andato sempre più svincolandosi da un approccio manicheo del Bene e del Male; a ciò ha concorso una progressiva umanizzazione del mostro sanguinario, che, dalla repellente crisalide agghiacciante del Nosferatu di Friederich Wilhelm Murnau, simbolo di un male assoluto e privo di fascino, ha attraversato “gli oceani del tempo”, incarnando il seduttore hollywoodiano interpretato da Bela Lugosi, giungendo infine a recitare il ruolo dell’eroe romantico, nel Dracula coppoliano, con Gary Oldman. 

Il cinema diviene la dimora indiscussa del vampiro sin dai suoi albori, ma se Max Schreck è il testimonial indiscusso di una prospettiva monocroma assunta dall’etica cinematografica, tendente ad assolutizzarlo in quanto cancrena irreversibile della moralità, le successive contaminazioni “umanizzanti” penetrate nello star system ridurranno oltremodo il gap tra il “mostro” e l’uomo sino ad offrirci un eroe quasi redento, addirittura cattolico (trattasi del Dracula di Coppola) in principio, che, solleticando il nostro istinto romantico, giungerà quasi a farsi compatire dal grande pubblico. Esso è tutto ciò che vorremmo essere e che al contempo rigettiamo: è fascino, è vita eterna ed eterna giovinezza. Ombra, Comando, Orrore, Sensualità; costellazione di simboli, cristallizzazione di desideri, timori, ossessioni. È l’alterità, il diverso per antonomasia: la sua eccentricità è rivelata dal capovolgimento di normali bioritmi dell’essere umano (creatura notturna in quanto di notte la cooperazione sociale si abbassa e i legami sociali si allentano). Esso trascende la comune spartizione etica tra Bene e Male. La sua eterna condizione di limbo lo colloca in quella terra di nessuno pregna di liminalità, non assimilabile né all’umano, ma neppure al divino. L’aspetto psico-antropologico risulta preminente rispetto a quello religioso nell’atteggiamento assunto verso l’icona vampirica, archetipo capace di comunicare molte informazioni sui nostri atteggiamenti nei confronti della vita e della morte. Eppure la nostra creatura, oltre a rappresentare il frutto illegittimo dei nostri sensi di colpa, è, inevitabilmente e al contempo, una speranza inconscia. Sottraendosi alla razionalità e ad ogni sistema di misura, la trascendenza dei vincoli umani da parte del vampiro incarna la priorità della presunzione di superiorità insita nella nostra specie. Secondo la psicoanalisi classica, il compromesso tra le forze della pulsione e quelle opposte della rimozione (la rimozione della paura della morte) trovano nella figura del vampiro l’opportunità per articolarsi e produrre un riflesso nel gioco degli specchi del nostro immaginario. Il desiderio di immortalità (pulsione) e la paura dei morti si scontrano nella dialettica vita/morte, ma sembrano creare un compromesso con la figura del revenant

Il binomio cinema/vampiro ha origini antichissime: pare proprio che il signore delle tenebre abbia trovato nel grande schermo una dimora talmente confortevole da non volerla più abbandonare. Difficile spiegare le cause della fascinazione dei vampiri per il grande schermo, le cui cause vanno forse ricercate nelle affinità costitutive tra le loro nature: la predisposizione per il buio, la natura metaforica, la potenza deduttiva; riflettendo, constatiamo la natura ipnotica di ciascun film in grado di vampirizzare lo spettatore costringendolo all’immobilità. Le date di uscita delle pellicole vampiriche, dal Nosferatu di Murnau del 1922, al fascino magnetico e grottescamente teatraleggiante del Dracula di Browning del 1931, fino allo sguardo ipnotico e al portamento aristocratico del Dracula di Fisher del 1958, non sono per niente casuali: la storia del cinema vede infatti ritorni ciclici del successo del genere horror e in maniera specifica dell’icona vampiro proprio in concomitanza con eventi tragici, guerre o periodi di crisi. Il boom degli anni ’20 e ’30 coincide infatti con l’avvento del nazismo in Europa e con il crack della borsa nel ’29 e la Grande Depressione oltreoceano, mentre negli anni ’50, sono la Guerra Fredda e il profilarsi di un possibile conflitto nucleare a favorire la rinascita del conte, che, assieme ad altre mostruose icone dell’immaginario collettivo, rappresenta una forma di catarsi, un modo col quale il grande pubblico esorcizza le proprie paure grazie al grande schermo.

La storia del vampiro, vista dall’occhio della cinepresa in tal caso, non è dunque che l’evoluzione e il percorso compiuto dall’uomo verso la graduale accettazione del suo Doppio “negativo”, la sezione dell’io accuratamente rimossa, quella che, potenzialmente, potrebbe spingerci a una condizione da “outsider”, relegandoci ai margini di un perbenismo etico-sociale che in dati momenti storici ha sfiorato vette inaccettabili del comune buon senso. In tal senso, le potenzialità espressive del linguaggio filmico si rivelano indispensabili, poiché consentono di esprimere un universo così intimistico e complesso quale quello pulsionale non solo “articolandolo logicamente, ma presentandolo sensibilmente, attraverso una forma di comprensione definita logopatica, razionale e affettiva al tempo stesso” come sostiene J. Cabrera. Attraverso il cinema, quest’icona continua ad alimentare, da più di un secolo, l’immaginario collettivo del nostro inconscio, ora con volontario intento documentaristico, ora servendosi spudoratamente del supporto delle magie del digitale, percepita nell’iperbolicità innocua delle fiabe obbedienti alla doppia necessità di spaventare e rassicurare. Dal crepuscolo della dignità umana al terzo millenni, quest’immagine, oggetto di esorcismi e al contempo fulcro di eminenti studi, nonché della curiosità morbosa delle masse, accompagna, forse a livello subliminale, l’uomo verso una nuova consapevolezza del sé. Tramite il vampiro vengono infatti trattate diverse dimensioni che affrontano, dandone talvolta risposta, le paure dell’anima e le malattie dell’immaginario, attraverso una terapia d’urto che rende l’uomo cosciente delle proprie angosce e esistenziali sotterranee.