Shining e il Perturbante freudiano

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Caterina
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Elena
Category: 
in deep
Language: 
Italian
Il labirinto, perpetuo ritorno dell'uguale
Shining e il Perturbante freudiano
Shining e il Perturbante freudiano

Nel 1980 il pubblico cinematografico di mezzo mondo fu scosso da un film che si rivelò subito un notevole successo critico ed economico e che entrò immediatamente e di diritto nella storia del cinema come uno dei più grandi film di sempre: si tratta di Shining (The Shining, letteralmente “la luccicanza”), undicesimo film del grande regista statunitense Stanley Kubrick. Il film è basato sul romanzo omonimo del 1977 di Stephen King e narra della vicenda della famiglia Torrance, che trascorre il periodo invernale nell’Overlook Hotel, disperso sulle Montagne Rocciose, dove il capofamiglia Jack ha accettato l’incarico di guardiano per i cinque mesi freddi. L’influenza negativa dell’albergo e della sua storia (il precedente guariano ha ucciso le due piccole figlie e la moglie, per poi uccidersi a sua volta) porta Jack verso una progressiva, schizofrenica follia che lo spinge a minacciare di morte la sua famiglia.

Molto interessante è evidenziare quegli elementi che legano la trasposizione cinematografica di quest’opera e un breve saggio del 1919 di Sigmund Freud, Il Perturbante, considerato dal regista "il massimo discorso fatto dalla cultura occidentale sul tema della paura" (1). In questo saggio l’autore cerca di spiegare il perturbante, un sentimento spaventoso che trae origine da ciò che non è noto e familiare ma, soprattutto, da ciò che è inconsueto. Nel saggio Freud elenca una serie di elementi che possono causare il sentimento del perturbante, ed è interessante notare come essi siano tutti presenti in Shining, come se Kubrick avesse utilizzato questo breve testo come guida per spaventare e turbare l’inconscio degli spettatori. La parola che in tedesco significa “perturbante” è unheimlich, antitesi di heimlich, che vuol dire “confortevole”, “tranquillo”, e di heimisch, che significa “patrio”, “nativo” e quindi familiare, abituale. A questo bisogna aggiungere il senso di incertezza: "tanto più un uomo si orienta nel mondo che lo circonda, tanto meno facilmente riceverà un’impressione di turbamento [unheimlichkeit] da cose o eventi". Ma, come nota Freud, la cosa veramente interessante del termine è che la parola heimlich mostra, tra le sfumature del suo significato, una in cui coincide con il suo contrario unheimlich, questo perché il termine heimlich appartiene a due cerchie di rappresentazioni estranee l’una all’altra: quella della familiarità, dell’agio, e quella del nascondere, del tenere celato. Secondo una definizione di Schelling, l’unheimlich è ciò che avrebbe dovuto rimanere segreto, nascosto, e che invece è affiorato. Il sentimento del perturbante è caratterizzato, fin dalla sua trascrizione letterale, da un contrasto tra ciò che sembra sicuro e ciò che non lo è, magari contemporaneamente, magari senza che ci si riesca a raccapezzare: è da una simile imprevedibilità e ribaltamento inspiegabile che dipende la paura. Ed è con questo genere di sensazioni che Kubrick si diverte a stimolare e a turbare il suo pubblico. Lo psicoanalista austriaco riconosce allo studioso Ernst Jentsch il merito di aver introdotto per primo in psicologia il concetto di perturbante definendolo come l’incertezza intellettuale derivante dal dubbio che un essere apparentemente animato sia vivo davvero e, viceversa, che un oggetto privo di vita non sia per caso animato (si pensi, ad esempio, a cera, pupazzi, automi). 

A tal proposito, una scena chiave del film è quella in cui, dopo aver accusato Wendy (sua moglie) di rovinare sempre i suoi progetti, Jack cammina per i corridoi fino a quando è attratto da una musica proveniente dalla golden room: c’è una festa. All’interno un cameriere gli rovescia dei bicchieri addosso e poi lo accompagna nel bagno per cercare di ripulirlo. E in questo contesto che il cameriere dice di chiamarsi Grady Delbert. Jack lo riconosce: è il vecchio custode dell’albergo, quello legato alla tragica morte di moglie e figlie. Quest’ultimo gli racconta di aver punito le sue figlie perché volevano dar fuoco all’hotel e quando la moglie si è messa in mezzo ha punito anche lei. Ancora una volta, sembrerebbe di esser di fronte alla pura fantasia di un uomo ormai impazzito. Ma poco dopo arriva il punto di svolta: dopo che Wendy ha colpito Jack con una mazza e lo ha rinchiuso dall’esterno nello sgabuzzino delle conserve di cibo, arriva Grady che apre la porta: ecco che si rompe il confine tra fantasia e realtà. Come può una visione, una presenza frutto dell’immaginazione del folle Jack aprire una porta chiusa con un chiavistello dall’esterno? E’ in questo momento che Kubrick sfida davvero lo spettatore facendogli crollare tutte quelle che erano state le convinzioni accumulatesi nel corso del film, in un climax che raggiunge l’apice alla fine del film, nell’ultima scena, in cui si vedono delle foto appese alle pareti: una di queste è una foto di gruppo scattata durante un ricevimento, al cui centro compare il faccione di Jack in primo piano. La foto è targata: “Overlook Hotel, july 4th Ball, 1921”

Un altro caso di perturbante è rappresentato dal motivo del sosia, che Freud definisce come "la comparsa di personaggi che, presentandosi con il medesimo aspetto, debbono venire considerati identici; l’accentuazione di questo rapporto mediante la trasmissione immediata di processi psichici dall’una all’altra di queste persone – fenomeno che noi chiameremmo telepatia – così che l’una è compartecipe della conoscenza, dei sentimenti e delle esperienze dell’altra; l’identificazione del soggetto con un’altra persona sì che egli dubita del proprio Io o lo sostituisce con quello della persona estranea; un raddoppiamento dell’Io, quindi, una suddivisione dell’Io, una permuta dell’Io" (2). Il motivo del sosia che prima di tutti balza agli occhi in Shining è rappresentato dalle gemelle, le figlie di Grady assassinate dal loro padre, minaccia per il piccolo Danny (il figlioletto di Jack e Wendy dotato del potere dello “shining” che gli permette di vedere quello che gli altri non vedono e di comunicare telepaticamente con chi condivide lo stesso potere) che potrebbe fare la loro stessa fine.  Inoltre, basandoci sulla riflessione freudiana, si potrebbe considerare come sosia di Danny il signor Hallorann (il capocuoco dell’albergo che condivide i poteri di Danny), proprio perché i due sono connessi telepaticamente, si identificano l’un l’altro. Un’altra importante identificazione è quella tra Jack e Grady, l’Io di Jack è perso e confuso, sdoppiato: sta seguendo gli ordini dell’antico custode oppure quest’ultimo non è altro che lo stesso Jack?

Un motivo simile è quello "del perpetuo ritorno dell’uguale, la ripetizione degli stessi tratti del volto, degli stessi caratteri, degli stessi destini, delle stesse imprese delittuose e perfino degli stessi nomi attraverso generazioni che si susseguono" (3). Il ritorno non intenzionale provoca sentimento di impotenza e turbamento. Quando, il primo giorno, il capocuoco mostra a Wendy l’immensa cucina lei dice: "E’ un enorme labirinto, mi dovrò riempire le tasche di briciole di pane altrimenti mi ci perdo qui". Ed è proprio il labirinto un elemento centrale di questa riflessione: un giardino-labirinto, infatti, è posto all’esterno dell’hotel e pare sempre al confine tra l’essere innocuo e inquietante, tra essere mezzo di salvezza o di distruzione. Il labirinto compare per la prima volta quando Wendy e Danny vi entrano per giocare mentre Jack tenta di trovare concentrazione per scrivere lanciando una palla da baseball contro il muro. Il labirinto compare anche nella fase finale del film, quando Jack rincorre il piccolo Danny per ucciderlo: la furbizia del bambino riuscirà a salvarlo, a farlo venir fuori, al contrario di Jack che, non riuscendo a trovare fiato per continuare, dopo la rincorsa, morirà congelato. E ancora, il ritorno dell’uguale c’è quando Wendy cercando Jack, poco prima della fase finale del film, si avvicina alla macchina da scrivere e trova pagine e pagine che riportano tutte la stessa scritta: All work and no play make Jack a dull boy (tradotto in italiano, secondo la volontà dello stesso regista, “il mattino ha l’oro in bocca”) .

L’analisi dei casi in cui compare l’elemento perturbante riconduce all’antica concezione del mondo propria dell’animismo. "Tale concezione era caratterizzata dagli spiriti umani che popolavano il mondo, dalla sopravvalutazione narcisistica dei propri processi psichici, dall’onnipotenza dei pensieri e dalla tecnica della magia che su questa onnipotenza era costituita, dall’attribuzione di poteri magici accuratamente graduati a persone e cose estranee (mana), nonché da tutte le creazioni con le quali il narcisismo illimitato di quella fase dell’evoluzione si opponeva alle esigenze irrecusabili della realtà" (4). Animismo, primitivi e vita tribale. Nel film viene toccato l’argomento quando la famiglia Torrance si sta dirigendo verso l’albergo e Wendy chiede a Jack se proprio in quella zona la Spedizione Donner fu sepolta dalla neve. Il bambino chiede spiegazioni: si tratta di una spedizione di pionieri sui carri coperti ai tempi delle traversate che si sono trovati bloccati in inverno sulla neve di quelle montagne e perciò hanno dovuto ricorrere al cannibalismo per riuscire a cavarsela. Un altro elemento viene dal fatto che l’albergo è stato costruito su un antico cimitero indiano e, secondo quanto detto dal direttore, mentre lo stavano costruendo tra il 1907 e il 1909 gli operai hanno subito attacchi proprio dagli indiani. "A molti uomini appare in sommo grado perturbante ciò che ha rapporto con la morte, con i cadaveri e con il ritorno dei morti, con spiriti e spettri. (…). Probabilmente questo timore ha ancora il significato antico secondo cui il morto è diventato nemico dei sopravvissuti e mira a prenderli con sé come compagni della sua nuova esistenza" (5). Il film è costellato dalla presenza incombente di morti: si tratta della famiglia Grady che, a quanto pare, vuole proprio che la Torrance faccia la stessa fine.

In conclusione, è possibile evidenziare come la riflessione, la ricerca e la testimonianza freudiana abbia permesso al grande regista Stanley Kubrick di realizzare un film horror assolutamente convincente, terrificante, capace di far risuonare l’inconscio e di far crollare qualsiasi certezza dello spettatore, attingendo a un archivio di impressioni, sentimenti e sensazioni vasto e misterioso quanto la storia umana.

Note:
(1) Dalla rivista Positif n. 238
(2) S. Freud, Il Perturbante (1919)
(3) ibidem.
(4) ibidem.
(5) ibidem.