Sposa e madre esemplare o donna tormentata? Tre esempi di figure femminili nel cinema italiano al tramonto del fascismo

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Name: 
Mambrini
First Name: 
Clarissa
Category: 
in deep
Language: 
Italian
La madre e l'amante in "I bambini ci guardano"
Gli amanti di "Ossessione"
Sposa e madre esemplare o donna tormentata? Tre esempi di figure femminili nel cinema italiano al tramonto del fascismo

Il regime fascista, com’è ormai noto, fu per diversi aspetti una “dittatura imperfetta”, che nonostante la rigida ideologia operava con un certo permissivismo in alcuni ambiti, fra i quali quello culturale; un atteggiamento che produceva a volte dei risultati ambigui. Nel cinema italiano dell’epoca - specialmente fra anni Trenta e primi anni Quaranta - ciò era riscontrabile per esempio nelle figure femminili, spesso rappresentate come giovani lavoratrici, studentesse ribelli, ragazze madri o femmes fatales, soprattutto nelle cosiddette commedie dei “telefoni bianchi”, e più raramente secondo il modello dominante nell’ideologia del Ventennio, cioè come “spose e madri esemplari”. Questo contrasto era però in realtà solo apparente, poiché i personaggi femminili che deviavano dall’immagine muliebre esaltata dal governo nel corso del film avevano modo di redimersi – quasi sempre convolando a giuste nozze e diventando mogli fedeli e angeli del focolare – oppure erano connotati negativamente dall’inizio alla fine e simboleggiavano realtà disprezzate dal fascismo.

Qualcosa cambiò, anche nella caratterizzazione della figura femminile, con Quattro passi fra le nuvole (Alessandro Blasetti, 1942) e ancor di più con I bambini ci guardano (Vittorio De Sica, 1943) e Ossessione (Luchino Visconti, 1943), i tre film che, per le storie narrate, per l’ambientazione e per i personaggi, sono solitamente considerati gli anticipatori del neorealismo. Era comunque il clima generale che stava mutando: il regime era al tramonto (1) e l’antifascismo stava cominciando a dilagare in maniera sempre più capillare fra attori, registi, produttori e autori, la maggioranza dei quali aveva sostenuto fino ad allora l’ideologia mussoliniana(2). Lo stesso Ministro della Cultura Popolare Gaetano Polverelli, nel febbraio del 1943, invitava le maestranze della settima arte ad "andare incontro con semplicità e naturalezza, al nostro temp" (3), così come sulle pagine del quindicinale Cinema da qualche anno comparivano articoli di giovani intellettuali - tra i quali Visconti - in cui si reclamava la nascita di un cinema realista, che mirasse alla verità degli uomini e degli ambienti. Quattro passi fra le nuvole, apparentemente collocabile tra i film che una decina d’anni prima furono il risultato dell’adesione di Blasetti al ruralismo fascista (4), è un delicata commedia che narra una vicenda a metà strada tra la realtà e il sogno, due dimensioni simboleggiate rispettivamente dalla città e dalla campagna. La prima rappresenta la corruzione e la frenesia: è qui infatti che la protagonista (Adriana Benetti) è stata sedotta e abbandonata con un figlio in grembo e che il protagonista (Gino Cervi) conduce una vita coniugale infelice e monotona, scandita dai ritmi ossessivi imposti dal suo lavoro di commesso viaggiatore. La seconda, invece, rappresenta la semplicità, la purezza, la spensieratezza e i valori etici tradizionali: è qui che la giovane, grazie all’intervento del protagonista, trova aiuto e si riconcilia con la famiglia e che l’uomo scopre una serenità da tempo dimenticata. Maria (questo il nome della ragazza), la quale si è dimostrata emancipata e moderna per aver scelto di allontanarsi dalla propria casa e andare a vivere in città, ma allo stesso tempo sfortunata ed ingenua per essere stata ingannata dall’uomo di cui si è innamorata, colpisce per il misto di forza e fragilità che trasmette e per il candore e la malinconia che la attraversano. I figli al di fuori dell’unione coniugale e il matrimonio come legame non necessariamente roseo erano temi delicati, che andavano evidentemente contro quanto aveva sempre imposto il regime, ma anche contro la morale comune, che in questo caso sembra fare molta paura al padre di Maria, adirato per l’onore della famiglia compromesso dalla disavventura della figlia. Fortunatamente il discorso di Paolo, il commesso viaggiatore, che è un invito a reagire con umanità e comprensione all’errore della ragazza, tutto sommato compiuto per amore, e a non sentirsi costretti nelle proprie scelte e nei propri comportamenti dal giudizio altrui, sistema le cose e riconcilia tutti.

Drammatico è invece I bambini ci guardano, prima prova in questo genere per il regista De Sica, che fino ad allora aveva girato solo commedie (5), dopo averne interpretate tante nel decennio precedente diretto da Mario Camerini. Questo film racconta la triste storia di una donna (Isa Pola) che abbandona marito (Emilio Cigoli) e figlio (Luciano De Ambrosis) per scappare con l’amante. L’intera vicenda è vista attraverso l’occhio sensibile del piccolo Pricò, inizialmente molto legato alla madre e pronto a riaccoglierla a braccia aperte quando, dopo una prima fuga, ritorna a casa. Alla fine, però, dopo il suicidio del padre in seguito alla seconda fuga della donna, il bambino si rifiuta di avvicinarsi a lei e, dopo essersi buttato fra le braccia dell’anziana e materna donna di servizio, scappa in lacrime. La tragicità della storia è indubbiamente accentuata dal fatto di essere narrata dall’insolito punto di vista di un bambino, che vive tutto attraverso la sensibilità, la purezza e la semplicità di chi ancora non conosce le avversità della vita. Particolare è però anche la figura della madre, giovane donna tormentata, la quale non sa se seguire la passione per l’amante oppure scegliere l’amore per il figlioletto e restare così accanto al marito, che ancora la ama e che non le ha mai fatto mancare niente. Optando alla fine per la fuga con l’amante, la donna dà al film una svolta piuttosto inaspettata: ancora oggi siamo infatti più abituati a padri che abbandonano o trascurano i figli, lasciandoli alla completa cura delle mogli o delle compagne, ma ci risulta più difficile accettare l’idea che una madre possa fare altrettanto per amore di un uomo. Pensiamo quindi a quanto scalpore potesse fare questo film nel 1943, sotto il regime che aveva sempre promulgato l’immagine della felice famiglia piccolo-borghese e della moglie e madre dedita al marito e alla prole. Il personaggio interpretato dalla Pola, tuttavia, non è l’unica figura femminile, all’interno della storia, a comportarsi in modo atipico. La sorella, per esempio, appare come una donna piuttosto fredda e disincantata, a tratti cinica, che praticamente giustifica la fuga con l’amante dicendo che Nina (questo il nome della protagonista) è sempre stata una sognatrice, affascinata da struggenti storie d’amore. È la sorella, dopo il ritorno di Nina, a fare in modo che l’amante riallacci i rapporti con lei, con le conseguenze che già sappiamo. La sorella, inoltre, ha una relazione con un uomo senza esserne la moglie, mentre le ragazze che lavorano nella sua sartoria, quando si confidano le proprie esperienze amorose, dimostrano di non essere certo delle caste fanciulle sprovvedute. Colpisce, infine, la figura del padre, presentato nella sua fragilità di uomo che non resiste al dolore e alla vergogna per l’abbandono della moglie e si suicida, restando un personaggio decisamente lontano dalla virilità dell’uomo voluto dal fascismo e dimostrando che i sentimenti e la sofferenza non sono un’esclusiva del sesso femminile.

Una passione travolgente e pericolosa è infine quella che muove la vicenda narrata in Ossessione, tratta dal romanzo Il postino suona sempre due volte dell’americano James Cain. Il film fu girato nelle campagne di Ferrara, desolate quanto la vita coniugale della protagonista, Giovanna (Clara Calamai), giovane donna che ha sposato un uomo di mezz’età, Giuseppe Bragana, per sfuggire alla miseria. L’“ossessione” cui si fa riferimento nel titolo è quella amorosa che scoppia fra Giovanna e Gino (Massimo Girotti), aitante vagabondo capitato per caso alla locanda tenuta dai coniugi. Ai due basta scambiare un solo intenso sguardo appena si incontrano per capire la reciproca attrazione, che li porta ad intrecciare una travolgente e passionale relazione fino al tragico finale. Giovanna e Gino, infatti, simulano un incidente per uccidere il marito di lei, ma qualche tempo dopo, mentre scappano dalla polizia che li insegue, l’uomo perde il controllo della vettura su cui si trovano e la donna, incinta, muore sul colpo. Si dice che, dopo aver assistito a un primo montaggio del film, Vittorio Mussolini, figlio del duce e direttore di Cinema, se ne fosse andato indignato asserendo: "Non esistono italiane così!" (6). La figura di Giovanna Bragana era infatti indubbiamente atipica per l’epoca: donna dal matrimonio infelice, la cui trascuratezza esteriore simboleggia la disperazione interiore, si abbandona a questo torbido amour fou trasgredendo la morale comune. Attraverso questo rapporto illegittimo, Visconti scandagliava la famiglia italiana, offrendone un ritratto impietoso che lacerava la patina di rispettabilità sotto la quale in realtà si nascondevano malumori, rancori, odii, sofferenze, tradimenti. Le immagini edulcorate, proposte dal regime, di una campagna serena, semplice e pura e di matrimoni solidi e felici venivano qui distrutte: al loro posto squallore e disgregazione. Scomodi per l’ideologia fascista erano del resto anche il protagonista stesso - un disoccupato che vaga da una città all’altra senza uno scopo preciso (7) - e il personaggio secondario dello Spagnolo, artista nomade che per alcuni rappresenta, in modo velato, il tema dell’omosessualità (8).

Attraverso quindi le storie di Maria, di Nina e di Giovanna, abbiamo visto come nel pieno della Seconda Guerra Mondiale il cinema italiano offrisse ritratti di donne che non appartenevano a un modello precostituito ma volevano essere specchio di una realtà sfaccettata e tormentata la quale premeva per essere ascoltata. Donne che, seppure confusamente e commettendo errori, si stavano muovendo verso un futuro di lotte per la conquista dei propri diritti, prima di tutto quello di essere se stesse, libere da qualsiasi stereotipo.

Note:
(1) La caduta del fascismo avvenne il 25 luglio 1943.
(2) M. Sakkara - F. Morani, Il cinema al servizio della propaganda, della politica e della guerra, Fratelli Spada Editori, Ciampino, 2005, p. 166.
(3) Ibi, p. 167.
(4) Per esempio Sole (1929), Terra madre (1931) e La tavola dei poveri (1932).
(5) Rose scarlatte (1940), Maddalena zero in condotta (1940), Teresa Venerdì (1941) e Un garibaldino in convento (1942).
(6) R. Burchielli - V. Bianchini, Cinecittà. La fabbrica dei sogni, Boroli, Milano, 2004, p. 41.
(7) Il regime invece esaltava l’uomo lavoratore.
(8) Una tendenza ovviamente opposta alla virilità fascista.