Cosmopolis

Personal Infos
Name: 
Badella
First Name: 
Daniele
Category: 
review
Language: 
Italian
Cosmopolis

C’è uno scambio di battute rivelatorio all’inizio di Cosmopolis. Il giovane miliardario Eric Packer vuole attraversare New York per recarsi dal suo vecchio barbiere. “Il presidente è in città”, lo avverte la guardia del corpo. “Tanto per saperlo: di quale presidente stiamo parlando?”, risponde Eric serio e sprezzante. Viene in mente il cinismo disincantato di Snake Plissken (“Presidente di che?”) in 1997 - Fuga da New York. Se nel classico di Carpenter si assisteva all’esplosione delle tensioni sociali e della violenza urbana, Cronenberg descrive l’implosione della civiltà occidentale e delle sue istituzioni, con la dissoluzione di ogni coordinata storico-politica di riferimento. Cosmopolis è una parabola (discendente) sulla perdita del controllo, individuale e globale, sullo smarrimento dell’equilibrio, mentale ed economico-finanziario.

Il flusso inarrestabile di informazioni digitali e la proliferazione incontrollata del cybercapitale configurano la parola come un segno vuoto, un rumore di fondo sordo che risuona intorno al nulla, un’eco lontana di una comunicazione tra individui non più possibile (“la parola stessa era ormai perduta in una nebbia fluttuante”, si legge in un passo di Cosmopolis di De Lillo). Ciò è reso visivamente fin dai titoli di testa, speculari a quelli di A Dangerous Method: nel film sulla psicanalisi si notano tracce di una grafia, segni di inchiostro nero su carta bianca, simbolo di ossessioni e demoni interiori che, estrapolati dal corpo, vengono tradotti in discorso (la cura delle parole) e vergati su supporto materiale, quindi definiti e fissati per sempre. In Cosmopolis, al contrario, le macchie che sgocciolano sulla pergamena (che replicano il dripping del Full Fathom Five di Jackson Pollock) sono schizzi casuali, fuoriuscite informi non delimitabili logicamente, che imbrattano la tela simbolo di un tessuto sociale caotico, magmatico, invaso da schegge impazzite. La parola non denota più alcunché, anzi si dimostra mortifera e letale per i corpi stessi: è quello che succede al bodyguard di Eric, quando pronuncia la parola segreta che sblocca l’arma con cui viene ucciso. Al centro di questo cupo panorama si snoda il tragitto del protagonista: un movimento solo apparente, un percorso a vuoto, senza alcuna progressione effettiva. Con il vestito nero, le occhiaie gonfie, il pallore cadaverico del viso scarno, spigoloso, tagliente, Eric è la versione post-moderna degli spettrali borghesi a passeggio di Edvard Munch (Sera sul viale Karl-Johan, 1892): un’ombra fantasmatica, spiritualmente svuotata, che procede senza procedere, che testimonia la fine del capitalismo rampante e dei suoi eccessi. Eric non compie nessuna azione, assorto in oscuri discorsi e criptiche elucubrazioni sulla natura del capitale. E’ la febbrile idolatria post-moderna per il denaro, entità sempre più invisibile e immateriale, quasi eterea.

La locandina del film è esemplare: l’immagine di Eric seduto al centro della limousine, in posa meditativa, attorniato dai finestrini dall’auto, richiama lo schema compositivo tripartito dei pannelli della cappella di Rothko. Un’opera artistica che evoca appunto spiritualità e contemplazione mistica, e che non a caso Eric desidera acquistare ed installare nel suo appartamento. Per adibirla a tempio, a luogo di culto personale, dove rendere onore al dio denaro, alla sacra religione del capitalismo sull’orlo del collasso.