Dark Shadows

Personal Infos
Name: 
Badella
First Name: 
Daniele
Category: 
review
Language: 
Italian
Dark Shadows

Tim Burton, dopo la parentesi nel sottomondo di Alice, costruisce il suo nuovo lungometraggio nel solco del personalissimo stile gotico/romantico che da sempre lo contraddistingue. In effetti Dark Shadows, a partire dalla rappresentazione della magione dei Collins, si configura come un vero e proprio mausoleo burtoniano, in cui si sedimentano numerosi frammenti del suo cinema: i saloni ariosi e gli stanzoni rabbuiati di Collingwood ricordano quelli del castello di Edward mani di forbice, le zucche presenti nel giardino della dimora sono un piccolo rimando alla Halloweentown di Jack Skellington (Nightmare Before Christmas). Echi burtoniani anche nei personaggi, con il fantasma dell’amata di Barnabas, simbolo dell’amore sospeso, negato e castrato in partenza, a ricordare lo spirito fragile e afflitto della Sposa Cadavere. La giovane ribelle Carolyn ripropone l’oscura Lydia Deeds di Beetlejuice. Anche il protagonista accumula su di sé un elemento tipico di molti characters burtoniani (“Temo di essere un relitto” afferma consapevolmente): Barnabas diventa personaggio a tutti gli effetti attraverso un meccanismo di riemersione dal basso (si libera dalla bara in cui è stato seppellito) visto più volte all’opera in Burton: il Joker che rinasce dall’acido, il Pinguino che risale dalle fogne, la Sposa Cadavere che prende vita da alcuni rami nel terreno. Con conseguente re-immissione in un tessuto sociale ostile da cannibalizzare, per necessità (le brutali uccisioni di Barnabas per accaparrarsi sangue umano) o per vendetta (le teste mozzate dal Cavaliere senza testa in Sleepy Hollow e le gole recise da Sweeney Todd).

Burton utilizza la consueta galleria di freaks, mostri veri e propri o semplicemente esseri fragili e inadeguati, soli e abbandonati, per descrivere il lato oscuro della famiglia e delle sue contradditorie dinamiche interne. Tra orrore gotico e cultura hippie, cacce al mostro di frankensteiniana memoria e rigurgiti di vomito verdastro (L’esorcista), tra il pop dei Carpenters e lo shock-rock trasformista di Alice Cooper, il regista allestisce un’eccentrica e deviata “riunione di famiglia” dei diversi. Con la definitiva convergenza di tutti gli outsiders, individui ipersensibili spinti all’omologazione forzata: in un flashback, vediamo dei severissimi genitori che fanno rinchiudere in manicomio la loro bambina, colpevole di “vedere cose che gli altri non vedevano”. “Si dice che il sangue sia più denso dell’acqua, è quello che ci definisce, ci lega, ci maledice” proclama Barnabas nel prologo. Nella visione burtoniana la famiglia e i legami di sangue continuano ad essere inevitabilmente corrotti, impuri e contaminati (la sequenza delle trasfusioni di sangue tra Barnabas e la psichiatra interpretata da Helena Bonham Carter). “Se un uomo può diventare un mostro, allora un mostro può diventare un uomo” spiega ancora Barnabas, ed è così sancito il ribaltamento: la famiglia si abbruttisce (il giovane Barnabas trasformato in vampiro, Carolyn è un lupo mannaro), genera sofferenza, traumi e solitudine (Roger Collins abbandona il figlio già orfano di madre), mentre gli estranei e gli emarginati a guardar bene risultano essere più umani e compassionevoli, aiutandosi l’un l’altro per fronteggiare la minaccia della strega.“La famiglia è l’unica vera ricchezza” si sente rassicurare dal padre un Barnabas ancora bambino, ma per Burton si tratta di una constatazione che suona come un’amara beffa.