Drive: a real hero

Personal Infos
Name: 
Darchino
First Name: 
Stefano
Category: 
review
Language: 
Italian
Drive: a real hero

Le luci dei semafori che si infrangono sui volti, il rombo dei motori che diventa un cuore pulsante, i ritmi di un’intera metropoli condensati in un solo personaggio: di giorno meccanico, ogni tanto stuntman per Hollywood, di notte autista per rapinatori. Tanti mestieri ma alla fine rimane sempre “the Driver”, una vita al volante. Il protagonista è talmente in simbiosi con le auto che anche la regia di Nicolas Winding Refn, ricca di carrellate morbide e sinuose, ci mostra le sue azioni come attraverso un finestrino. Dunque non è un caso che, durante tutta la lunga sequenza iniziale con furto e inseguimento, la cinepresa resti sempre all’interno del veicolo. Il tasso di spettacolarità viene ridotto, ma la tensione no, proprio perché il girato si avvicina alla soggettiva. Il film, infatti, è decisamente protagonista-centrico. Praticamente ogni inquadratura è costruita intorno alla sua silenziosa e statuaria figura, che viene continuamente pedinata come in un film della coppia De Sica-Zavattini.

Nel corso della storia il protagonista si trasforma in un eroe (nel senso greco del termine), di cui possiede tutte le caratteristiche: la natura protettiva e benefica; l’uso della violenza - sofferto ma sentito come necessario - che non corrompe la sua bellezza e la sua purezza; la calma e l’impassibilità esteriore che cela un subbuglio di passioni tutte interiori. Un eroe che diventa mito, icona, proprio perché esteticamente riconoscibile: come i Blues Brothers non potrebbero esistere senza i loro immancabili cappelli e occhiali neri, così Driver non sarebbe più tale senza i suoi guanti vintage e il suo giubbotto, vero segno distintivo, un talismano che contiene il suo totem (lo scorpione: affascinante ma letale, proprio come lui). Spesso un film diventa cult proprio grazie alla presenza di un personaggio che rimane impresso nella memoria. E la pellicola di Refn pare nata apposta per essere di culto, con il suo mix di amore, humour, violenza e sperimentazione. I quattro tempi del motore si trasformano nei quattro quarti della colonna sonora rigorosamente elettronica, che si adatta al tessuto del film fino a confondersi con esso: i testi delle canzoni commentano le immagini come un narratore onnisciente e ricordano un coro greco.

Dunque, si crea un filo conduttore che dalla tragedia antica arriva al noir, passando per neorealismo, melò ed exploitation. Refn ci guida in un viaggio attraverso la settima arte (confermato dai continui elementi metacinematografici della trama), che è anche un saggio sulla trasformazione di un film in oggetto di culto. E lo fa con un respiro narrativo incredibile, con una regia calcolata e impeccabile, ma anche graffiante e potente come un motore ben costruito e oliato.