Hunger: il coraggio di morire per un'idea

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Name: 
Lorenzato
First Name: 
Micol
Category: 
review
Language: 
Italian
Hunger: il coraggio di morire per un'idea

“Abbiamo voluto realizzare un film che ci permettesse di riflettere sulle nostre scelte, sul nostro passato”. Così il video-artista britannico Steve McQueen commenta Hunger, suo lungometraggio d’esordio e Camera d’or al 61° Festival di Cannes. L’opera, truth story complessa e di rara intensità, riporta la memoria al 1981, quando l’Irlanda del Nord combatteva per l’indipendenza, e dieci detenuti, sotto la guida di Bobby Sands, si lasciarono morire di fame per protesta nel blocco H della prigione di Long Kesh. Un sacrificio collettivo che colpisce oggi come allora e che grazie alla sensibilità e alla straordinaria maestria di McQueen rivive a trent’anni di distanza.

Il promettente regista sceglie di non raccontare la vicenda da un unico punto di vista. La macchina da presa scava la quotidianità di Ray Lohan (un convincente Stuart Graham), secondino crudele attanagliato dai rimorsi e dalla paura, per poi seguire Davey Gillenv (un Brian Milligan un po’ acerbo), giovane rivoluzionario finito in carcere per crimini politici, e infine si concentra su Bobby Sands (un a dir poco straordinario Micheal Fassbender), simbolo e icona della vicenda. Una struttura episodica in cui vite agli antipodi ed emozioni discordanti si intrecciano sullo schermo, originando un crudo e realistico ritratto della quotidianità carceraria di quegli anni. La forza di Hunger, però, non è tutta qui. Il film sembra voler proiettare lo spettatore all’interno di un’esperienza sensoriale, spingendolo a percepire l’odore acre delle celle sporche o quello penetrante del sangue raffermo. Davanti ai nostri occhi si perpetra una violenza estrema e gratuita che avvicina la pellicola a un artaudiano cinema della crudeltà. Un cinema che riesce a gridare senza quasi parlare, dove il corpo martoriato e consumato diventa inerme protagonista e la geometrica claustrofobia della prigione viene esaltata con inquadrature statiche e asimmetriche che richiamano il profondo disequilibrio tra la realtà dei carcerieri e quella dei carcerati. Disequilibrio reso ottimamente sia sul piano concettuale che su quello formale da una giustapposizione di sapore ejzenstejniano nella quale gli spazi chiusi si intervallano a quelli aperti, la calma apparente alla ferocia disumana, e interi blocchi narrativi muti sfociano in un dialogo-fiume girato in piano sequenza. Un momento molto forte, che vede scontrarsi Sands e padre Dominic Moran (un Liam Cunningham sopra le righe) e che rappresenta l’apice di una sceneggiatura dove l’ellissi, figura dominante, viene soppiantata da un intenso scambio d’opinione sulla legittimità morale di un’idea, che come afferma Sands, nella sua semplicità ha tutta la sua forza. Proprio come il magistrale lavoro che ci regala l’ottimo McQueen.