Le avventure di Tintin

Personal Infos
Name: 
Darchino
First Name: 
Stefano
Category: 
review
Language: 
Italian
Le avventure di Tintin

Prima di entrare in sala, può risultare difficile immaginare in 3D le tavole semplici ma eloquenti, prive di ombre e di spessore, di Hergé. Ma si è subito rassicurati dal profondo affetto che Spielberg nutre per il fumettista belga che ideò Tintin. Inizia dedicandogli un cameo: lo vediamo intento a fare una caricatura del protagonista, che viene così introdotto al pubblico come fumetto, prima ancora che come personaggio filmico. Dietro questa idea gustosa, che anticipa il carattere da divertissement dell’intera pellicola, Spielberg sottolinea la sua subordinazione rispetto al “maestro”, spiegando agli spettatori anche meno esperti la non-originalità del suo soggetto, e instaura un dialogo molto profondo tra le due arti grafiche (il fumetto e il cinema) che va ben oltre la trasposizione.

Una sorta di preambolo per giustificare quanto segue: in tutto il film, infatti, non vediamo il Tintin di Hergé, ma il Tintin di Spielberg. Prima di tutto da un punto di vista caratteriale. Hergé ci mostrava un ragazzo semplice, dotato di ogni qualità, dalla gentilezza alla sapienza, nonché un “buono” incorruttibile. Insomma un personaggio completamente luminoso, senza ombre proprio come nei disegni. Il Tintin cinematografico, forse perché acquisisce più dimensioni, diventa una figura “a tutto tondo”: il giovane si fa saccente, sicuro di sé, amante dell’avventura (parola chiave della cinematografia del regista). Per costruire la sua nuova avventura, Spielberg si ispira ad alcune storie specifiche di Hergé, ma il suo lavoro nei confronti del fumetto è quasi filologico: attinge ad esso completamente, inserendo nella sceneggiatura luoghi, oggetti e personaggi secondari, sia come ulteriore omaggio al “maestro”, sia come serie di citazioni che possono essere colte solo dai lettori più affiatati. E a proposito di citazioni, Spielberg arriva addirittura ad autocelebrarsi: in una scena l’imperturbabile ciuffo di Tintin diventa nientemeno che la pinna de Lo squalo, durante un “attacco subacqueo” da parte del protagonista.

Il segreto dell’Unicorno rimane quindi un’opera profondamente spielberghiana. Per il suo primo film d’animazione, il regista di Cincinnati sceglie di sfruttare completamente le possibilità che il mondo digitale gli può offrire. I movimenti della macchina da presa, già spettacolari nel suo cinema, qui si caricano di un virtuosismo a tratti anche un po’ esasperante (ma giustificato dalla sua ascendenza fumettistica). Partendo spesso da un campo lungo (ad esempio una nave in mezzo all'oceano), il “cineocchio” si avvicina velocemente e, con un’unica carrellata, attraversa porte e finestre, scansa oggetti e figure, compie insomma uno spostamento labirintico fino a raggiungere i personaggi principali. Questo atteggiamento barocco appare anche in alcuni momenti di pura sperimentazione visiva (come quando il mare che i protagonisti stanno solcando si trasforma nella pozzanghera di una città, collegando così due blocchi narrativi in modo originale), ma viene amplificato nelle sequenze di azione. Queste ultime sono in realtà complesse coreografie, quasi dei balletti (di ascendenza Wuxiapian) dove tutto è perfettamente calcolato e calibrato.

E’ impossibile non lasciarsi catturare da questo ipnotico caleidoscopio fatto di lunghe inquadrature in movimento (che valorizzano finalmente il 3D donandogli profondità), di giochi di specchi e lenti e quindi di riflessi e deformazioni (anche cinematografiche). Tutti elementi a favore di un regista che, dopo 40 anni di carriera, non ha ancora smesso di stupirci.