Lezioni di cinema da Scorsese: Hugo

Personal Infos
Name: 
Alù
First Name: 
Marianna
Category: 
review
Language: 
Italian
Lezioni di cinema da Scorsese: Hugo

“Mi piace immaginare che il mondo sia un unico grande meccanismo. Sai, le macchine non hanno pezzi in più. Hanno esattamente il numero e il tipo di pezzi che servono. Così io penso che se il mondo è una grande macchina, io devo essere qui per qualche motivo..."

Non so se il mondo sia un meccanismo sensato ma di sicuro la macchina creata da Scorsese è assolutamente funzionante; pezzi e ingranaggi s’incastrano perfettamente in quest’opera superba che ha come scopo non solo di rendere omaggio alla settima arte, ma soprattutto di riscoprirla, ricrearla e forse anche insegnarla a partire dai suoi componenti essenziali, dimostrando che l’uso della tecnica più moderna e raffinata, tanto ieri come oggi, può e deve essere votata a favore della narrazione, e non viceversa. Per raggiungere tale obiettivo, il nostro regista trova nel romanzo di Brian Selznick la storia perfetta: Hugo Cabret è un orfano dickensiano che, cercando un messaggio del padre defunto, finisce per trovare il cinema e noi con lui, grazie alle numerose citazioni e riferimenti alla sua storia e a coloro che l’hanno vissuta. Realtà e finzione si fondono in questa pellicola a metà fra il racconto fantastico e il documentario. Vediamo i fratelli Lumière, Charlie Chaplin, Buster Keaton, Federico Fellini e soprattutto la figura di George Méliès, mago, illusionista, pioniere del cinema muto, del montaggio e degli effetti speciali; “il primo a capire che i film hanno il potere di catturare i sogni”, ma ridotto poi a semplice giocattolaio a causa della guerra. Le analogie sono chiare: il nostro Marty è ora papà George, pietra miliare della storia del cinematografia, ora il piccolo orologiaio a cui piace riparare le cose. Lui e la sua compagna d’avventura, la giovane Isabelle, sono gli appassionati cinefili, figure simboliche dello spettatore che ritrovano il bel tempo del cinema (significativo il rimando agli orologi) e, nel farlo, finiscono per sistemare anche le persone. Queste, nel film, sono “meccaniche” e alcune sono “rotte” perché hanno perso il loro scopo e devono essere aggiustate. Così gli abitanti di questa stazione di Parigi (simbolo della vita) vengono riparati, grazie a quella serratura a forma di cuore, grazie ai sentimenti come l’amore e a quella forza capace di unire persone vicine e lontane, la passione cinefila, il vero perno di tutto l’ingranaggio. 

Il vecchio Marty ha scelto il soggetto perfetto per la sua missione, non solo per la trama in sé ma anche perché La straordinaria invenzione di Hugo Cabret è quasi una graphic novel e quindi offre l’occasione di apportare quelle scelte stilistiche al passo coi tempi, funzionali e che rispettano il modus operandi del maestro. I disegni/immagini di Selznick sembrano proprio dei fotogrammi e Martin ne fa uso mettendoli insieme attraverso la tecnica preferita degli eredi della nouvelle vague, il piano-sequenza: lunghe inquadrature, senza interruzioni, dall’ampia panoramica della città di Parigi ci portano giù fino ai cunicoli della stazione e, infine, all’occhio di Hugo dietro una serratura o ingranaggio; e ancora le lunghe carrellate avanti e indietro che riflettono il movimento del treno e gli inseguimenti, vengono tutti rappresentati con lo stesso metodo, a cui si somma il 3D, che qui non è un vanto dell’evoluzione tecnologica, ma un contributo a rendere le scene ancora più realistiche. Contenuto e forma della pellicola ci mostrano il bel cinema, quando era fatto di magia, di trucchi, di quel taccuino di semplici immagini che messe insieme sono il punto di partenza che crea nuovi mondi, universi, storie che fanno ridere, piangere e soprattutto sognare.