Ci sono molti modi di morire, il peggiore è rimanendo vivi

Información Personal
Nombre: 
Zanette
Apellido: 
Ludovico
Categoría: 
revisión
Idioma: 
Italiano
Ci sono molti modi di morire, il peggiore è rimanendo vivi

“L’ho già fatto. Come ogni altra cosa.” Pronunciata da un personaggio estremamente secondario, è forse una delle battute più emblematiche dell’ultimo film di Paolo Sorrentino, di certo la più adatta ad esprimere quel senso di impotenza e paralisi che si prova dopo la visione di quello che è uno dei film più affascinanti del 2011: This Must Be The Place, omaggio all’omonima canzone dei Talking Heads il cui fondatore David Byrne ha curato personalmente la colonna sonora del film e vi recita nel ruolo di sé stesso.

Dublino, 2010. Cheyenne (Sean Penn) è un ex rock star che conduce con la moglie Jane (Frances MacDormand) una vita ritirata ed agiata quanto monotona e priva di avvenimenti, fino a quando viene informato dell’imminente morte del padre che non vede da trent’anni. Imbarcatosi per gli Stati Uniti, Cheyenne arriverà troppo tardi, ma scoprirà l’infelice passato del genitore che, internato nel campo di Auschwitz durante la guerra, nei decenni successivi non era riuscito a soddisfare la propria sete di vendetta ricercando senza successo il proprio carnefice, Aloise Lange, sfuggito a Norimberga. Riprendendo l’opera cominciata dal padre, Cheyenne si avventura nella frontiera dell’America più sperduta alla ricerca di quest’ aguzzino, e forse di sé stesso ... La trama può difficilmente rendere giustizia a un film che vuole essere, prima di tutto, un’esperienza visiva capace di ribadire un’idea di cinema postmoderno ormai lontano da qualsiasi convenzione narrativa, in cui il regista sottolinea ripetutamente episodi superflui, curiosi, quasi surreali, il cui fine sembra essere quello di voler spiazzare, sorprendere e far interrogare lo spettatore, spingendolo alla ricerca di un senso che forse non è mai esistito, come se la funzione del cinema fosse divenuta quella di comunicare la “nullità di quello che si fa”. Un mondo, quello postmoderno, che sembra pervaso di immobilità, di mancanza di senso, in perenne equilibrio fra azione e stagnazione, in cui tutto, perfino le parole, sembra aver nichilisticamente perso il proprio significato, come viene espresso nel commovente monologo di Lange in cui il vecchio non riesce a trovare parole per riferirsi a Dio (“E Dio.. Dio è come ... Dio ...”).

Attraverso un virtuosismo stilistico estremamente ricercato Sorrentino (anche grazie alla bellissima fotografia di Luca Bigazzi) realizza un viaggio dalla forte carica visionaria, accumulando immagini straordinarie in cui il significante sembra contare più del significato, mentre l’impressionante sfoggio di talento tecnico (carrellate, dolly, piani-sequenza) è impiegato per cogliere gli aspetti meno importanti, se non paradossali della realtà, quasi a voler esasperare la desolazione esistenziale in cui Cheyenne si trova immerso, arrivando perfino (nella scena dell’incontro con l’aguzzino) a svelare la finzione cinematografica, a violare l’impressione di realtà ripetendo il medesimo movimento di macchina per tre volte consecutive. Ne esce un film ambizioso e originalissimo in cui Sorrentino si spinge ai limiti del raccontabile aspirando non tanto alla narrazione ma all’evocazione di un senso di amara vacuità.