Gli uomini, che mascalzoni..., un piccolo gioiello nella commedia italiana degli anni Trenta

Des renseignements personnels
Nom: 
Mambrini
Prénom: 
Clarissa
Catégorie: 
cult
Langue: 
Italien
Gli uomini, che mascalzoni..., un piccolo gioiello nella commedia italiana degli anni Trenta
Gli uomini, che mascalzoni..., un piccolo gioiello nella commedia italiana degli anni Trenta

Primo titolo della pentalogia piccolo-borghese di Mario Camerini (1), Gli uomini, che mascalzoni… (1932), pur iscrivendosi nell’ampio filone delle commedie dei “telefoni bianchi”, possiede alcune caratteristiche che lo pongono su un gradino più alto rispetto agli altri film del genere. Questa pellicola, infatti, la cui canzone portante, Parlami d’amore Mariù di Cesare A. Bixio, contribuisce al suo successo rimanendo ancora oggi uno dei motivi più noti del repertorio popolare italiano, nonostante la banalità della storia narrata (gli screzi amorosi fra un autista e una commessa), mostra un interessante ventaglio di personaggi, più caratterizzati psicologicamente rispetto a quelli stereotipati della maggior parte delle commedie dell’epoca.

Per esempio la protagonista, Mariuccia (Lia Franca), timida e fisicamente non appariscente, è un misto di tradizione e novità. Lavora infatti come commessa, avendo così modo di stare fuori casa per diverse ore al giorno, il che le permette di essere indipendente, di intrecciare nuove amicizie, anche maschili, e di godere di una certa autonomia nella scelta di quello che potrebbe essere il futuro marito. Però il suo ruolo di donna moderna ritorna nei ranghi della tradizione al termine del film, quando lei e Bruno (Vittorio De Sica) (2) si promettono amore eterno e il giovane, dopo averla chiesta in sposa, le prospetta una vita da massaia, ricevendo tra l’altro la tacita approvazione del padre della ragazza, testimone non riconosciuto della scena, a simboleggiare quello che sembra essere un “passaggio di consegne”: dall’autorità paterna la fanciulla passa sotto quella del marito. Anche Tadino, suo padre (Cesare Zoppetti), è un personaggio per certi versi atipico: gran lavoratore - come vuole il regime - si dimostra però non un severo pater familias, intenzionato a decidere in tutto e per tutto ciò che riguarda la figlia, bensì un genitore piuttosto amorevole e affettuoso.

Ciò che comunque differenzia maggiormente questa commedia da quelle coeve è il fatto di non aver ricostruito nei teatri di posa le location della vicenda narrata - eccezion fatta per la profumeria in cui lavora la protagonista (3) -, ma di aver girato ogni scena nel luogo esatto in cui si svolge (a Milano e in zona laghi), dedicando così un’attenzione particolare alla veridicità degli ambienti. Nonostante si tratti di una pellicola di finzione, infatti, Gli uomini, che mascalzoni… offre uno sguardo importante sulla Milano dei primi anni Trenta, che rappresenta la modernità, la velocità, l’industria in progressiva crescita e la nascente società dei consumi (4). Dal primo all’ultimo fotogramma la “modernizzazione” è continuamente mostrata attraverso inquadrature particolari che trasmettono la propria dinamicità allo svolgimento della trama (5): si va dal Duomo di Milano inquadrato all’inizio del film dalla saracinesca di un negozio in apertura ai tram in corsa per le vie della città, dalle veloci ruote che girano vorticosamente mentre l’automobile percorre le strade che portano ai laghi ai numerosi cartelloni pubblicitari posizionati lungo queste strade, dalle svariate attrazioni della neonata Fiera Campionaria (alcune delle quali quasi futuristiche) fino al primo piano di una ruota del taxi guidato da Tadino al termine della storia.

Il successo ottenuto dal film di Camerini è sicuramente dovuto anche al fatto di essere "tutta realtà" (6), come recita una pubblicità dell’epoca, e di comparire "come una boccata d’aria nell’asfittico panorama delle 'commedie ungheresi'" (7), rispetto alle quali spicca per "la spontaneità, la naturalezza, la semplicità, la grazia misteriosa" (8); caratteristiche riscontrabili per esempio nella scena iniziale del ritorno a casa del padre dopo il turno notturno e del risveglio di Mariuccia, in cui la macchina da presa indugia su alcuni particolari apparentemente privi di interesse - come le calzature dei due personaggi, la stanza della ragazza, la cucina con il latte che bolle sul fornello - che sembrano però volerci fornire degli indizi su di loro, nonché sulla piccola borghesia dell’epoca: inquadrature dal sapore quasi documentaristico che ricordano il risveglio della servetta in Umberto D. (1952), opera guarda caso diretta da De Sica.

Note:
(1) Gli altri quattro sono Darò un milione (1935), Ma non è una cosa seria (1936), Il signor Max (1937) e Grandi magazzini (1939). Commedie per lo più sentimentali, a lieto fine, ambientate nella nascente società industriale e urbana, investita dall’aria di modernizzazione proveniente dall’estero, in tutte c’è una contrapposizione - ora più marcata, ora più velata - tra l’alta società e la piccola borghesia. Può esserci uno scambio tra i componenti delle due categorie, ma alla fine ognuno torna al proprio ceto di appartenenza, facendo rientrare tutto sotto il dettame del regime fascista che mira all’immobilità sociale e lanciando comunque il messaggio per cui la modesta vita borghese, semplice, onesta e soprattutto vera, è preferibile a quella da gran signori.
(2) De Sica diventa un divo del cinema proprio grazie a questo film e al sodalizio con Camerini nelle successive commedie, lungo tutti gli anni Trenta.
(3) V. Buccheri, Stile Cines. Studi sul cinema italiano 1930-1934, Vita e Pensiero, Milano, 2004, p. 106.
(4) V. Zagarrio, Cinema e fascismo. Film, modelli, immaginari, Marsilio, Venezia, 2004, pp. 80-81.
(5) Ibidem.
(6) V. Buccheri, Stile Cines. Studi sul cinema italiano 1930-1934, p. 107.
(7) Ibidem.
(8) Ibidem.