Re per una notte: un insuccesso da fare onore

Informazioni Personali
Cognome: 
Mazzucca
Nome: 
Annarita
Categoria: 
cult
Lingua: 
Italiano
Re per una notte: un insuccesso da fare onore

Martin Scorsese nell’edificare la propria opera ispirandosi alle illusioni e alle aspirazioni ingannevoli che nutrono gli immigrati (lui, figlio di Little Italy) ha forgiato il suo destino. New York è il centro del mondo, crocevia di solitudini e  alienazioni. E il cinema di Scorsese è un cinema che scava in questa umanità, in una ricerca che sfocia nell’antropologia, nella vivisezione, nell’analisi sociale. Il regista, nei primi anni Ottanta, radicalizza il suo sguardo sul malessere di una vita troppo ordinaria, riuscendo ad esplorare con spirito caustico e divertito il fervore della celebrità e la realtà ai margini dello showbiz. Re per una notte è la metastasi televisiva, il delirio presuntuoso e ridicolo di un fan identificato con l’oggetto della propria passione, è la nemesi nata dalle anomalie della prima generazione cresciuta con il televisore acceso. Si tratta di una delle rare incursioni di Scorsese nella dark comedy, un insuccesso da fargli onore.

Rupert Pupkin, nel suo seminterrato condiviso con la madre, ha meticolosamente creato il suo santuario per scongiurare la realtà, dove lo attendono conversazioni con il formato cartone di Liza Minnelli e Jerry Levis/Langford affinché possa dare sfogo ai suoi monologhi esaltati. Il mito sfocia in mitomania e la menzogna è la sostanza della finzione spettacolare cui Pupkin ambisce. Tuttavia, la sua crescente frustrazione raggiunge un punto di rottura. Dopo leciti, ma vani tentativi Pupkin arriva a vivere ben più dei warholiani quindici minuti di celebrità. Nella sua lucida e inarrestabile ascesa Pupkin realizza il sogno di diventare un'icona del tubo catodico. Un montaggio di riviste e copertine scandisce la sequenza degli eventi. Non importa, in fondo, se Pupkin sia o meno un grande artista, alla fine l'individuo scompare sotto i segni della sua fama e il fenomeno diviene più importante del soggetto stesso. La vita spettacolare, da qualunque prospettiva si osservi, è una prigione. Jerry e Rupert raffigurano i due volti del rapporto del regista col successo e rappresentano i due lati della medesima follia: l’indolenza di chi è già collocato nell’Olimpo e l’ostinazione di chi deve continuamente inventarsi una credibilità. Quasi che un equilibrio fra il desiderio di esserci, e quello di sparire, sia impossibile.

Con Re per una notte Scorsese abbandona il passato, recide il cordone ombelicale con un certo cinema da lui citato, imitato e interpretato accostandosi ad una narrazione più tradizionale, sobria e controllata, attenuando fortemente l’imprinting che lo contraddistingue. Lo stile si accorda ai contenuti, i campi e contro campi della messa in scena e i calibrati movimenti di macchina sono del tutto funzionali alla drammatizzazione. L’algidità della regia finisce per trasmettere una sensazione di implacabilità dell’esistenza, ingabbiata in una condotta di vita claustrofobica, dove a  prevalere in queste vite rubate è l’alienazione delle professioni. In particolare l’immagine televisiva dello show di Langford è statica e senza profondità, il video si fa portatore di contenuti standardizzati. Ogni volta che il televisore viene acceso compare con l’immancabile presentatore il motivetto di sottofondo che sigla i bioritmi di un’esistenza massificata. Rupert non si ribella contro questa società unidimensionale. A differenza di Charlie, protagonista di Mean Streets, non vuole evadere dal suo mondo. Rupert non lotta come Alice per costruirsi una nuova vita, non si incammina come La Motta sulla strada della redenzione.