Mare dentro: dallo sguardo lirico di Ramón al "fallimento della telecamera"

Informazioni Personali
Cognome: 
Ronca
Nome: 
Filippo
Categoria: 
in deep
Lingua: 
Italiano
Mare dentro: dallo sguardo lirico di Ramón al "fallimento della telecamera"

Lettere dall’Inferno è il titolo della raccolta di testi, lettere e poesie che Ramón Sampedro iniziò a scrivere dal giorno dell’incidente che lo rese tetraplegico. Ispirato a quest’opera, nel 2004 il regista Alejandro Amenábar ha firmato il film Mare dentro.

Ora, da un libro nel quale la narrazione dei fatti (ad esempio, il racconto dell’incidente stesso) è un elemento secondario, dove la parola e il pensiero di Ramón sono gli elementi principali dell’intera scena, dove i versi delle poesie spezzano il ritmo della lettura creando un “ritmo altro” più elevato e più lirico nella lotta per il raggiungimento della morte, dove ogni lettera diventa un pretesto per un’indagine profonda della diatriba tra sentimento e ragione, dello scontro tra individuo e Stato (e/o Chiesa)... insomma, da un testo del genere sarebbe stato molto più semplice trarre una trasposizione teatrale. Anzi, a tratti sembra di leggere un vero copione al quale mancano solo le note per l’uso delle luci e della musica sul palco. Più complesso e delicato crearne un film.

C’è una differenza di partenza tra i due prodotti (libro e film) che può sembrare banale, alla quale si rischia di non dare il giusto valore: la diversità sta nel fatto che il libro viene scritto dallo stesso protagonista e tutto ciò che si legge ha un valore prima di tutto civile, è un messaggio che Ramón lascia di sé per le generazioni future ed è uno sforzo (incentivato dallo stesso avvocato di Sampedro) per avvalorare la sua tesi di una “giusta morte” davanti ai giudici. Il film, invece, nasce senza lo sguardo di Ramón. Tale notazione può sembrare fragile e scontata, ma è proprio in questa differenza che Amenábar riesce a trovare il modo più corretto per trasportare sul grande schermo queste “lettere infernali”, è in questa mancanza che trova il suo punto di vista narrativo. Il regista condurrà l’intero film con la voglia di mostrare la realtà come se fosse vista dagli occhi del protagonista, ma con l’intelligenza di capire che ciò è impossibile: le inquadrature (nei momenti più importanti) risulteranno così caratterizzate da questa ricerca di corrispondenza con lo sguardo di Ramón, ma anche di “sconfitta da parte della telecamera”. Questa diventa la chiave vincente del film: mostrare ciò che prova un individuo in prima persona, anche se non ci si mette nei panni dell’individuo stesso. Il tutto con l’intento finale di avvicinare ed educare il pubblico al tema dell’eutanasia.

Tutto questo trova conferma nell’incipit del film. Il libro si apre con il preciso racconto di ogni istante di quello sfortunato tuffo che rese irrimediabilmente Ramón paralizzato dal collo in giù: tra pensieri e pura cronaca del salto e dell’impatto con il fondo del mare, il primo scritto è forse la parte più vicina ad un romanzo che ci sia in tutto il libro. Un inizio forte e tragico. Il film decide di iniziare in un modo differente. Partendo dal nero, una voce fuori campo ci guida alla scoperta delle nostre sensazioni e del nostro corpo: come se fossimo noi i protagonisti, lo schermo si riempie di immagini (il mare, le onde, la spiaggia) che potrebbero essere frutto della nostra mente. Il movimento di macchina ricalca l’ondeggiare dello sguardo dell’uomo in un posto mai visto, sempre alla ricerca di nuovi particolari, sempre in movimento. Sembrerebbe di essere in soggettiva, se non fosse che all’improvviso in campo entrano i piedi di una persona e la camera li fa subito protagonisti, “facendoci perdere di valore”. I colori caldi, il rumore dolce del mare, i fuoco-fuorifuoco lenti e precisi creano una sensazione di calma, di tranquillità che in brevi tratti però sembra vacillare. Infatti, con un brusco stacco si passa da un cielo azzurro, dalle onde calme del mare, ad un grigio e rumoroso temporale che si abbatte su di una collina alberata. Non sappiamo ancora nulla di Ramón, non sappiamo del suo tuffo, non sappiamo della sua condizione, ma il regista ha già messo in campo tutti gli elementi portanti dell’intero arco narrativo: il mare, il senso di libertà (vento tra i capelli), il pensiero come guida e l’importanza di ogni singola parola (voice-over), la calma apparente (fuoco-fuorifuoco) e il cambio repentino di vita (brusco stacco sul temporale).

E se nel libro il protagonista è già svelato sin dalle prima parole, nel film Ramón Sampedro deve ancora essere presentato. Dal brusco temporale la camera fa un lento movimento di macchina all’indietro (breve carrello)  e, passando dalla finestra  (finestra e non porta, altro elemento che caratterizza il personaggio), ci introduce all’interno di quella che è la stanza di Ramón. Entra in scena Genè e (ci) parla rompendo il ritmo fin lì creato, ma alle sue domande improvvisamente risponde una voce: ci aspetteremmo un campo-controcampo, invece, il regista crea la suspense tenendo per tutto il tempo del dialogo la camera fissa sulla donna e usando movimenti di macchina precisi e costanti. Il protagonista che non si vede, la sua voce che entra in scena come fosse la nostra, ma al contempo la donna che non guarda in camera (se lo facesse allora l’idea di soggettiva diventerebbe reale), creano la sensazione sopra citata: l’inquadratura cerca di mostrarci il mondo visto dagli occhi di Ramón, ma il suo fallimento diventa la cifra stilistica delicata e sensibile dell’intero film. Dovranno passare più di cinque minuti prima che compaia sullo schermo il volto dell’attore Javier Bardem (non a caso, poi, il movimento di macchina che svelerà il suo viso partirà dallo sguardo di Julia, l’avvocatessa che aiuterà Sampedro).

In una delle battute iniziali del film, Ramón dice a Rosa: “Se vuoi essere mia amica comincia a rispettare la mia volontà... e non mi giudicare, non mi giudicare Rosa... o vuoi che io giudichi te?”. Il concetto espresso da queste poche parole è centrale nell'economia di tutto il libro. Disprezzare le proprie condizioni di vita e pretendere di “venir fatto morire” è il concetto base anche delle poesie, ma con tale concetto Ramón non si erge sopra tutti i tetraplegici imponendo la sua volontà. Non dice che tutti quelli nella sua condizione dovrebbero morire. Non si sente un dio. Si sente “un morto nel mondo dei vivi”, e per questo vorrebbe semplicemente andare nel posto che più gli compete. Con “Non mi giudicare Rosa”, Ramòn si rivolge a tutti, “non giudicatemi”, “non imponetemi la vostra idea di vita”. E ipoteticamente si rivolge allo stesso regista... e questi come risponde?

Amenábar inizia a lavorare a questo film quando è ormai innamorato degli scritti di Sampedro (la prefazione del libro lo testimonia). Il rischio è di creare un lungometraggio (che già di per sè è una forma mediale che porta ad una “visione parziale e forzata” di una storia) fortemente caricato della passione del regista. Tifare e sostenere con forza il pensiero di Ramón sarebbe sbagliato tanto quanto criticarlo e ometterlo. Certo, come abbiamo già detto, l’oggettività sarebbe impossibile per natura. Amenábar, allora, decide di conoscere (e farci conoscere) Ramón Sampedro anche attraverso i racconti dei suoi familiari (guarda caso persone vicinissime allo sguardo di Ramón, ma non coincidenti). Viene raccontato così il Ramón più intimo e lirico, ma anche quello scherzoso, ammaliatore e seduttore: insomma, paradossalmente viene mostrato come persona estremamente vitale, anche se attaccata con i denti al concetto di morte. La narrazione risulta fortemente equilibrata: la colorazione rimane sempre sulle stesse tonalità che richiamano la sabbia e il mare, conferendo un senso continuo di calma; i movimenti di macchina sono sempre lievi e pacati, quasi che Ramón possa muoversi impercettibilmente e la telecamera riesca a seguirlo; quando viene inquadrato il protagonista il quadro si stringe, spesso in un primo piano, per farci sentire più vicina l’immobilità del suo corpo; la musica non è ingombrante, come se aspettasse anche lei il rumore del mare o del temporale, come se la vera colonna sonora fosse il silenzio.

Così, dopo aver creato un equilibrio di colori, suoni, parole e immagini, solo allora il regista si concede l’unico momento di puro cinema dell’intero film: il volo di Ramón. Qua sta la bravura di Amenábar, qua sta il suo non giudicare Ramón: in questo continuo dondolarsi tra soggettiva del personaggio e visuale esterna, quasi che in questa continua alternanza si potesse portar via un pezzo del dolore di Sampedro, ma non per provarne pietà (cosa che lo stesso protagonista additerebbe con forza), ma per rispettare anche nel silenzio la causa di una “morte voluta”. Un’alternanza, un “andirivieni asimmetrico” che ricorda le onde del mare che a intervalli irregolari portano l’acqua sulla spiaggia. E Ramón Sampedro è questa spiaggia: di per sè ferma e immobile, ma pronta a ricevere in qualsiasi momento tutto quello che il mare le regala. O le toglie.