Vendicami, di Johnny To

Personal Infos
Name: 
Fabbri
First Name: 
Miriam
Category: 
cult
Language: 
Italian
Vendicami, di Johnny To

Se Johnnie To si è in passato sintonizzato con la sensibilità cinematografica di registi francesi come Jacques Demy e Robert Bresson, pensiamo alla stilizzata avventura ladresca di Sparrow (2008), ora la “vendetta” dell’ultimo film evoca lo spirito di Jean-Pierre Melville, con il suo esistenzialismo noir, la sua aria di futilità eroica, e il suo interesse al meccanismo dell’azione criminale.

In effetti, il ruolo del protagonista Costello per la sua prima vera co-produzione francese Johnnie To l’aveva scritta appositamente per Alain Delon, la cui presenza avrebbe immediatamente suscitato ricordi anti-eroici della sua interpretazione in Le Samourai (1967) e Le Cercle Rouge (1970) di Melville. Ma poi, con Delon in fuga dal progetto, il nome dell’iconico cantante francese Johnny Hallyday è venuto fuori come un possibile sostituto, anche se To non aveva mai sentito parlare di lui, e adesso è impossibile immaginare Vendicami senza il brizzolato, vulnerabile chanteur dalla faccia di pietra. Hallyday è una rivelazione, così come lo è il film. Rivelazione non del tutto scontata, visto il tema centrale che il titolo dichiara apertamente, o anche la convenzionalità del racconto di una tipica trappola. Ma questo è il genere, una gabbia di ferro in cui saper rinchiudere farfalle. E così Costello è in un ristoratore parigino, arrivato a Macao dopo che sua figlia Irene (Sylvie Testud) è rimasta gravemente ferita in seguito all’irruzione violentissima di sicari che le hanno ucciso freddamente il marito cinese (Vincent Sze) e i loro due figli piccoli. Nonostante il suo disorientamento, il vecchio padre giura a Irene che compirà la sua vendetta, e assume allo scopo tre sicari locali, Kwai, Chu e Lok (il grande compagno di tanti film di To, Anthony Wong, Lam Suet e Lam Ka-tung), che avranno il compito di aiutarlo a trovare  (e uccidere) gli aggressori della sua famiglia.

Anche se è uno straniero in terra straniera, Costello non è certo estraneo alla violenza, e il suo passato remoto di killer professionista riemerge con i nuovi sicari, tra un immancabile pasto conviviale e l’altro, fino al consolidamento (per quanto solida possa essere qualsiasi cosa nell’universo “liquido” della violenza) del legami con loro, quasi una fratellanza che si cementa rapidamente al solo parlare, gesticolare o camminare di Costello-Hallyday, vera memoria fisica del crimine. Una memoria destinata però a sfilacciarsi progressivamente, grazie a una pallottola che anni addietro gli si era conficcata nella testa. È così che Costello impara che se non può perdonare, può almeno dimenticare. Prima però di essere catturato totalmente dall’oblio, il vecchio killer, che si muove come un Re shakespeariano, esercita tutto il suo carisma sulla banda che, conquistata, dovrà lottare contro sé stessa per restargli fedele una volta scoperto che il loro stesso padrone cinese Fung (un altro abituè di To, Simon Yam) è proprio il mandante della strage familiare di cui Costello esige vendetta. Con i precedenti The Mission (1999) ed Exiled (2006), Vendicami forma una libera triade di film ambientati a Macao sulla questione della fratellanza tra assassini e dell’onore tra ladri. Ma introduce anche, furtivamente, il motivo dell’amnesia stile Memento: Costello, come ha fatto l'eroe del film di Christopher Nolan, deve scattare foto delle persone che incontra, ed etichettarle in modo da riconoscere gli amici dai nemici e ricordare la tragedia di sua figlia. Ma allo stesso modo, To così ci invita a dimenticare, mentre li ripercorriamo, i motivi  principali della trilogia. Come l'azione si sposta da Macao a Hong Kong, la sceneggiatura di Wai Ka-fai prende in prestito alcuni elementi anche da Memory of a Killer. Le scene finali, che includono un interludio su una bella spiaggia e una resa dei conti notturna per le strade di Hong Kong, sono allo stesso tempo tristi, elegiache e stranamente gioiose.

Vendicami, anche se non è un film esattamente sovversivo, mantiene più che mai la promessa del suo titolo senza mezzi termini. Ma sarebbe un errore trascurare le idee che di tanto in tanto penetrano la superficie elegante. Per riconoscere che i sette assassini professionali sullo schermo (quattro buoni, tre cattivi, ed è difficile non pensare ai Sette samurai di Kurosawa), sono in molti modi intercambiabili. O anche mettere in primo piano il desiderio di proteggere i propri figli come motivo prevalente che governa l’universo del film. Per quanto To contamini il poliziesco con un Mad Detective (2007), qui egli ci presenta il paradosso che sovverte il genere di un vendicatore smemorato, deciso a trovare soddisfazione, ma incapace di ricordare per che cosa o da chi. “Che cos’è la vendetta?”, chiede il nostro eroe confuso ... e le sue parole vengono a risuonare in un film in cui vengono adottati tutti i gesti tipici della vendetta e, insieme, viene sottolineato il loro vuoto semantico. Così la questione filosofica che il film pone è che cosa significa veramente vendetta quando hai perso tutta la memoria? Qualunque sia la risposta al quesito, ognuno è programmato per continuare. Il che significa che anche i sicari della Triade sono disposti ad andare contro il loro boss per il bene di questo straniero.

Johnny Hallyday qui è molto diverso da L’uomo del treno, sembrerebbe capitato nel film giusto. La sua immobilità facciale, il suo corpo di ragazzo astrusamente rock nonostante la senilità, l’incedere carismatico probabilmente dovuto ai limiti fisici dell’età, che qui appare come una trovata di palcoscenico, tutto fa di lui un eroe da fumetto in un film che ai comics deve molto, almeno quanto deve al “melodramma marziale” che da sempre percorre la vena stilistica di Johnnie To. E allora sublimi le coreografie delle sparatorie, quelle in cui il regista si diverte di più, come ha dichiarato lui stesso in un incontro pubblico a Roma. Geniali le ambientazioni e il gioco tra gli spazi e le regole del duello (di nuovo belle farfalle racchiuse in gabbie di ferro), come il lunare scontro a fuoco nel parco di un pic-nic familiare appena concluso, tra i tavoli di legno e il biancore della luna, velato a mò di sipario che si apre e si chiude sulla violenza del sangue. O la geometrica, quasi espressionista sparatoria concepita nei cunicoli spigolosi della tromba delle scale di un fatiscente palazzetto cinese, con traiettorie angolari impossibili di proiettili impossibili, sullo sfondo di uno scorcio urbano più noir di Dassin, o più disordinato di un basso della Napoli di Eduardo. Perché c’è sempre tanto teatro dietro, e davanti, in mezzo, sotto e sopra. Come il duello finale nella discarica, tra le balle di rifiuti che rotolano al ralenty, quasi fossero le scene di uno spettacolo di Pina Bausch, svolazzanti di carte e stoffe tra il vento delle pallottole. O quell’enigma da risolvere per salvarsi la pelle nella corsa forsennata dell’ultimo inseguimento, quello che vale la vita, e nel quale se fai un solo errore sei morto. L’enigma si risolve nel cappotto, un oggetto teatrale, un costume, un involucro elegante che da solo è senza vita, ma se lo fotografi ti salva la vita.

Ecco, il semplice artigiano cinese Johnnie To, il narratore di storie di crimine, che nasconde tra le pieghe dei suoi polizieschi un trattato sull’arte della visione e del suo potere salvifico, come spiega il cappotto ma anche l’insolita preghiera finale al cielo di Hallyday in riva al mare. E se chiedi al regista il motivo di quella cadenza religiosa alla fine di tanta violenza, lui sorride serafico e ti spiega che ha visto spesso gli occidentali pregare nei film occidentali! In realtà Vendicami finisce dove comincia, con una figura materna in un ambiente idilliaco a cucinare un pasto abbondante (servito caldo con enfasi) per i suoi ragazzi. In questa alternativa a tutti i tipici cliché di machismo e di uccisione a sangue freddo che riguardano la vendetta, la violenza maschile, lungi dall'essere celebrata, è relegata ad un futuro incerto, una fantasia prodotta dai danni di un proiettile nel cervello, o soltanto un lontano ricordo. Come è un lontano ricordo, alla fine, anche l’omaggio a Melville reso attraverso il protagonista, un omaggio seguito a quelli altrettanto celebri del John Woo di The Killer e del Jim Jarmush di Ghost Dog. Per questo ultimo capolavoro del regista di Hong Kong si è parlato del Kurosawa dei Sette samurai e del Tarantino di Kill Bill, ovvero la tradizione orientale e quella occidentale nel segno del noir. Ma in To non c’è il compiacimento romantico ed erotico nella morte, piuttosto la consapevolezza del vuoto incolmabile e della scia di sangue che lascia dietro di sé.