Romanzo di una strage: Piazza Fontana tra mito e melodramma ideologico

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Cristina
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Italian
Romanzo di una strage - locandina
Aldo Moro - Fabrizio Gifuni
Luigi Calabresi - Valerio Mastandrea
Giuseppe Pinelli - Pierfrancesco Favino
Franco Giorgio Freda - Giorgio Marchesi

Un uomo sosteneva: «Io conosco la forma della ragione e dell'errore». Quando qualcuno gli chiedeva chiarimenti al riguardo, egli rispondeva: «La ragione ha quattro angoli e non si muove neppure in una situazione estrema. L'errore è rotondo e, non distinguendo tra bene e male, tra giusto e sbagliato, si lascia rotolare ovunque da una parte e dall'altra» (1).

Nell’interpretazione delle tante e disparate versioni dei fatti che hanno predisposto lo scenario della strage di Piazza Fontana, di errori ne sono stati fatti tanti, alcuni evidenti, altri occultati, in parte, forse, dallo Stato, in parte dalla pubblica opinione e, in parte, da chi conduceva le indagini. Risulta difficile comprendere dove finisca l’invenzione e dove cominci la verità. Tentiamo, comunque, una ricostruzione a grandi linee.

Il 12 dicembre del 1969, alle 16.37, una bomba esplose all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, a Piazza Fontana a Milano e provocò sedici morti e ottantotto feriti.  Quel giorno si contarono altri quattro attentati terroristici:

  • una seconda bomba fu rinvenuta inesplosa nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala;
  • una terza bomba esplose a Roma alle 16:55 nel passaggio sotterraneo che collega l'entrata di via Veneto della Banca Nazionale del Lavoro con quella di via di San Basilio, ferendo tredici persone;
  • altre due bombe esplosero a Roma tra le 17:20 e le 17:30, una davanti all'Altare della Patria e l'altra all'ingresso del museo del Risorgimento, in piazza Venezia, ferendo quattro persone.

Tra il 1968 e il 1974, furono preparati e portati a termine 140 attentati: in particolare, la strage di piazza Fontana, che, insieme alla strage di Bologna, avvenuta nel 1980, fu uno dei più sanguinosi, rappresentò l'inizio di quella che, secondo una discussa teoria interpretativa, fu la cosiddetta “strategia della tensione”. Con questa definizione si è soliti accomunare, in un unico disegno politico, l'insieme degli atti criminosi avvenuti in Italia, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. Immediatamente vennero ricercati i responsabili tra gli anarchici, quando fu accusato il ferroviere milanese Giuseppe Pinelli, che, arrestato la notte stessa dell’attentato, restò in questura quarantott’ore e, il 15 dicembre fu trovato morto nel cortile dell’edificio. Suicidio o omicidio? I presenti, il tenente Lo Grano e i brigadieri Panessa, Muccilli, Mainardi e Caracuta (2), fornirono tre differenti versioni dei fatti: tutte poco convincenti e, in parte, tra loro discrepanti. Poco dopo, nel 1970, il regista Elio Petri girò un cortometraggio con Gian Maria Volonté e un giovanissimo Renzo Montagnani (che si definivano “gruppo di lavoratori dello spettacolo”) per ricostruire, nelle tre versioni, le circostanze della morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, nella notte del 15 dicembre.

Affare Pinelli - Piazza Fontana

Tra i sospetti, oltre Pinelli, figurava anche il romano Pietro Valpreda, accusato, in seguito alla testimonianza del tassista Cornelio Rolandi, di essere il principale responsabile della strage. Fu indicato come l'uomo che era sceso quel pomeriggio dal taxi di Rolandi, in piazza Fontana, con una grossa valigia. Rolandi ottenne anche una taglia di cinquanta milioni di lire. Valpreda fu interrogato dal sostituto procuratore Vittorio Occorsio e, il giorno dopo, il Corriere della Sera titolò che "il mostro" era stato catturato. Perfino il Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, indirizzò un messaggio di congratulazioni al questore di Milano, Guida, sostenendo implicitamente la pista di Valpreda. Le dichiarazioni del tassista determinarono, però, uno scenario della vicenda assai poco credibile. Iniziò a consolidarsi anche l’ipotesi che esistesse un sosia di Valpreda, tale Antonino Sottosanti, ex legionario catanese, infiltrato nei circoli anarchici, dove era conosciuto con il soprannome di “Nino il fascista". Intanto il commissario Luigi Calabresi fu preso di mira dal giornale Lotta Continua, fondato nel 1969 da Adriano Sofri (poi condannato a 22 anni di carcere come mandante, proprio dell’omicidio di Calabresi), e subì minacce da parte di gruppi di estrema sinistra. Il commissario continuò, invece, a pensare, fino alla sua morte, che la strage fosse stata il prodotto di "menti di destra, manovali di sinistra".

La pellicola di Marco Tullio Giordana dà ampio spazio alla “questione Pinelli” (interpretato dal confermato talento Pierfrancesco Favino) e al successivo caso Calabresi (che ha il volto e i tormenti di un compassato Valerio Mastandrea), esaltandone tutte le sfaccettature psicologiche e rendendoli, dalla prima all’ultima scena, personaggi di un melodramma lirico. L’intento del regista si palesa nei riferimenti espliciti alle opere di Donizetti e nella scelta del Lacrimosa come commento musicale alle immagini dei funerali delle vittime della strage passate in televisione nel 1969. Le parole della Messa di requiem sono particolarmente significative per sottolineare lo stato d’animo che pervade il film: Lacrimosa dies illa, qua resurget ex favilla judicandus homo reus  (Giorno di lacrime, quel giorno, quando risorgerà dal fuoco l'uomo reo per essere giudicato). Giordana insiste appunto nel dire, perseguendo la sua linea d’azione, che tutti sono stati giudicati, ma, per la giustizia italiana, non ci sono condanne, soltanto assoluzioni. Partendo da questo presupposto, che rende ancora più tragica la sua messa in scena, si lascia andare a supposizioni fantasiose e discutibili desunte dal libro I segreti di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli, un cronista dell'Ansa, che ipotizza la presenza di una doppia bomba all’interno della Banca: una sistemata, forse,  dagli anarchici e un’altra, opera degli estremisti di destra. Questa sì che è un vera trovata da romanzo, come fa notare D’Amato nella pellicola di Giordana.

Coloro che, invece, nonostante le ripetute assoluzioni, sono stati considerati i responsabili della strage sono Franco Freda e Giovanni Ventura, naturalmente accusati, senza mezze misure, dal regista di Romanzo di una strage, che non esita un attimo a dipingerli come esaltati eversivi senza troppi scrupoli. Si dovrebbe, a tal proposito, fingere di ignorare le imprecisioni della ricostruzione, che vuole, tra le altre cose, un Freda con cadenza veneta eccessivamente marcata, ingrigito e in là con gli anni, quando, nella realtà, all’epoca della strage, di anni ne aveva soltanto ventotto? Probabilmente Giordana ha ritenuto che farlo somigliare all’agente della SPECTRE interpretato da Adolfo Celi in Agente 007- Thunderball, avrebbe contribuito alla sua già marcata immagine di villain anni Sessanta. In più, talvolta, nelle conversazioni tra Freda e Ventura, Giordana sembra ambire più alla rappresentazione de Le baruffe chiozzotte di Goldoni che alla raffigurazione dell’ascetismo evoliano incarnato dall’autore de La disintegrazione del sistema.

Di eccessive semplificazioni e di piccole imprecisioni ben visibili, il film di Giordana è costellato, ma, essendo una versione romanzata della sua tanto dichiarata “verità”, si potrebbero anche tollerare certe sue cadute di stile (personaggi che ricalcano troppo stereotipi e luoghi comuni come, ad esempio, Moro, dipinto come uomo di Chiesa sofferente e un po’ troppo visionario e idealista, che parla con Saragat dandogli il Lei anche nei colloqui privati). In fondo, da lui non ci si aspettava molto. Tuttavia, la sua rivisitazione in chiave tragica dei fatti è da prendere con la dovuta cautela, soprattutto se è il regista stesso a dichiarare: «Oggi noi sappiamo. Se una tragedia come quella di piazza Fontana entra a far parte della cultura di un popolo, allora non può essere solo un punto di domanda. Romanzo di una strage è rivolto soprattutto ai ragazzi più giovani, a chi non sa nulla di quegli anni ed ha il diritto di sapere… Il mio film è lontano da qualsiasi partigianeria e ideologia: serve a spiegare degli avvenimenti attraverso lo strumento dell'arte». Atteggiamento pericoloso, se lo immaginiamo rivolto ai giovani (che poi non è detto che siano così ignoranti come li dipinge l’artista), soprattutto se a quell’ipotetico punto di domanda, vuol metterci un bel punto esclamativo d’accusa, anche, illegittimamente, un po’ troppo convinto.

Contrariamente alla boriosa ambizione di Giordana, lo storico Massimiliano Griner, nel 2011, lancia il suo libro Piazza Fontana e il mito della strategia della tensione (Edizioni Lindau), analizzando in maniera meticolosa e sincera, i retroscena di quella che fu l’interpretazione canonica dei fatti del 1969. Griner risale agli eventi che hanno contribuito a creare la teoria della "strategia della tensione" e si chiede quanto sia vero e quanto sia un’eccessiva semplificazione creata al fine di fornire una rassicurante ricostruzione storica da tramandare nel tempo alle successive generazioni. Al contrario, tutto ciò che si può affermare è che “Esistono molti indizi che fanno supporre che quella orribile carneficina fu un errore, l’effetto non voluto di un’azione sconsiderata e politicamente controproducente per i suoi autori” (3). Griner focalizza sui rapporti tra Alberto Sartori, un ex partigiano, forse appartenente a una struttura occulta di sicurezza del PCI, sospettato di spionaggio per conto degli inglesi, e Giovanni Ventura, ma, soprattutto, Griner mette in luce l’importanza cruciale attribuita al convegno La guerra rivoluzionaria, tenutosi, nel 1965, nell’elegante Hotel Parco dei Principi a Roma. In questa raffinata cornice si riunirono intellettuali di destra come Cattabiani, De Risio, Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino e politici del calibro di Pino Rauti, che, nel 1956, fondò il Centro Studi Ordine Nuovo, un movimento culturale di destra, intorno al quale si mossero successivamente anche le indagini su Piazza Fontana. Tutti i relatori del convegno erano intimamente anticomunisti e, tra loro, spiccavano due figure: l’orientalista Filippani Ronconi, che propose uno “schieramento differenziato su tre piani complementari, ma tatticamente impermeabili l’uno rispetto all’altro”, per fronteggiare un’eventuale invasione da parte dell’Unione Sovietica, e, soprattutto, Guido Giannettini, che figurava anche tra gli organizzatori del convegno stesso, indetto da un centro studi intitolato ad Alberto Pollio. Giannettini fu un personaggio chiave nelle indagini: tenente di complemento, ma soprattutto uomo di destra, entrò nei servizi segreti grazie al generale Aloia e fu ritenuto “troppo vicino all’establishment politico-militare per ignorare la presenza di Gladio, cioè di un corpo paramilitare clandestino creato proprio per entrare in azione in caso di invasione” (4). L’intervento di Giannettini al convegno sembrava presupporre la conoscenza di Gladio, ma se avesse voluto spingere la struttura militare segreta verso posizioni offensive, è improbabile che ne avrebbe parlato a un convegno pubblico, dando all’organizzazione piena visibilità.

Successivamente, le indagini si spostarono sulla pista di destra, verso gli esponenti di spicco di Ordine Nuovo, e, in base alle dichiarazioni del testimone di Treviso, Guido Lorenzon, vennero arrestati sia Giovanni Ventura, 25 anni, editore, sia Franco Freda, chiamato Giorgio, 28 anni, avvocato di Padova, editore e fondatore delle Edizioni di Ar, nel 1963. Con l’arresto di Freda e Ventura, iniziarono i guai anche per Giannettini, in seguito al ritrovamento, da parte del giudice D’Ambrosio, su testimonianza di Alberto Sartori, di documenti segreti redatti da Giannettini stesso e custoditi in una cassetta di sicurezza intestata alla madre di Ventura in una banca di Montebelluna. Tra questi documenti, alcuni facevano riferimento a un’ondata di attentati di stampo neofascista, che poi si verificarono nella realtà. I magistrati, in particolar modo il giudice D’Ambrosio, si fecero l’idea che il SID (Servizio Informazioni della Difesa), copriva gli eversori e si serviva di loro. Ma Giannettini non aveva rivelato né a Freda né a Ventura di essere al servizio del SID e, in seguito, anche i servizi segreti iniziarono a prendere le distanze da lui per non rovinare completamente la loro reputazione, già notevolmente compromessa.

Tornando a Ventura e Freda, le loro accuse si fondavano sulla testimonianza di Lorenzon, sui loro rapporti con quello che, poi, si guadagnò l’epiteto di “Agente Z” (Giannettini), sulle borse di marchio tedesco utilizzate per trasportare l’esplosivo nella banca e sui timer comprati, secondo le testimonianze, da Freda. Non si sono mai avute prove certe che Freda andò a comprare quelle borse, fu eseguito anche un confronto, durante il quale la commessa della valigeria di Padova, dove furono comprate, non riconobbe più Freda, ma indicò come cliente un commissario di pubblica sicurezza. In quanto ai timer, Freda dichiarò che erano destinati alla resistenza palestinese. Anche questa prova venne a mancare quando la contessa de Portada confermò la transazione, ma D’Ambrosio l’accusò di parteggiare per Freda. “Anche Guido Lorenzon, il supertestimone di Treviso, ricorderà di aver visto il timer in mano a Ventura verso la fine di settembre. E gli altri quarantanove timer? Freda asserisce di averli consegnati ad un certo capitano Hamid, dei servizi segreti algerini perché li passasse alla resistenza palestinese. Ci sarebbe anche una testimone del passaggio di mano, cioè Maria de Portada, nobile veneziana, che ricorda di aver assistito al colloquio tra Freda e il capitano Hamid” (5).

In sintesi, sia Ventura che Freda sono stati additati da tutti, per oltre trent’anni, come colpevoli, anche dopo la definitiva assoluzione del 2005, ma senza prove risolutive, dando l’impressione, in più di un’occasione, di essere stati accusati per dare una soddisfacente e rassicurante spiegazione di tutta la vicenda. Il giudice D’Ambrosio, non contento di questo, volle coinvolgere i servizi segreti, per non lasciare troppo onore agli imputati. Insomma, “nella migliore delle ipotesi erano stati una manovalanza strumentalizzata, non diversamente dagli anarchici: utili idioti al servizio di un progetto reazionario. In quella per loro peggiore, sarebbero stati dei consapevoli esecutori, perfettamente inseriti nel disegno criminale, membri a tutti gli effetti di organizzazioni parastatuali. Secondo una versione più radicale della strategia della tensione, infatti, la distinzione tra servizi segreti ed estremisti di destra sarebbe stata soltanto nominale. Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale sarebbero stati solo reti di tipo stay-behind, non dissimili da Gladio, progettate per realizzare la strategia della tensione” (6). Tuttavia, non risultano convincenti né le teorie della strategia della tensione, né tantomeno quelle che riducono l’ambiente neofascista alla sua unica componente violenta o reazionaria. Com’era possibile, poi, che gli eredi del nazionalismo italiano appoggiassero la causa atlantica, e fossero diventati improvvisamente filoamericani? Probabilmente, l’unica spiegazione era che, nel dopoguerra, il nazifascista era punibile anche per il solo fatto di essere tale ed era indicato da tutti come l’unico nemico oggettivo. Il dubbio è questo: è possibile che l’interpretazione canonica della strage di Piazza Fontana sia stata impiegata come espediente ideologico e sia stata costruita solo su condizionamenti, frutto di idee preconcette? “Si voleva arrivare, attraverso il male fatto al fascista, attraverso questi, al fascismo, leggere il termine fascista come antidemocratico, leggere antidemocratico come malvagio, e chiudere il cerchio” (7).

Ventura e Freda furono processati e condannati da buona parte dell’opinione pubblica e della magistratura stessa per le loro idee di destra e, quindi, per le loro pubblicazioni. Come fa notare lo stesso Griner, e con lui molti altri, per comprendere gli ideali che muovevano Freda, e in cui sia lui che gli altri esponenti di Ordine Nuovo credevano profondamente, bisogna approfondire le idee di uno dei più raffinati pensatori di quegli anni, Julius Evola. Per tanti motivi la sua immagine è legata indissolubilmente a quella di Freda, e, tra loro, esistono molte somiglianze, anche per le critiche mosse al fascismo, ritenuto da entrambi troppo democratico e populista, troppo vicino alle masse, di cui cercava il consenso invece di distaccarsene, come avrebbe dovuto fare per rivolgersi esclusivamente ad un’èlite. Evola, oltre a  contribuire alla divulgazione in Italia di importanti autori europei del XIX e del XX secolo, come Guénon, Junger, Ortega y Gasset, Spengler e Weininger, traducendo alcune loro opere e pubblicando saggi critici, si procurò un notevole seguito, grazie alla poliedricità del suo pensiero, negli ambienti tradizionalisti italiani ed europei, come in quelli più disparati della cultura fascista, tra cui quello di Rauti ed Enzo Erra e, quindi, di Ordine Nuovo. S’interessò di esoterismo, magia, tantrismo, taoismo e dottrina della razza. Al 1937 risale la pubblicazione de Il Mito del Sangue (poi riedito nel 1942) e, “con questo breve saggio, l’Autore compone una vera e propria storia del razzismo, nella quale compaiono i nomi e le dottrine dei principali autori che si sono dedicati a questo argomento. Dal poligenismo teorizzato dall’imperatore Giustiniano, Evola ripercorre le idee che hanno contribuito a definire una prospettiva razziale, per approfondire, nei capitoli successivi, le teorie propriamente razziste, a partire, naturalmente, dal Saggio di De Gobineau” (8). Evola analizzò le concezioni sulla razza dalle civiltà antiche, contrapponendole alla versione moderna del razzismo biologico di stampo nazionalsocialista. Gli evoliani rifiutavano l’idea di razza esclusivamente biologica, ma affermavano l’idea di un razzismo che si manifesta non solo nel corpo, ma anche nell’anima e nello spirito, dunque in tre livelli, compenetrati tra loro. La "razza interiore" di cui parlava Evola è un patrimonio di tendenze e cultura che - a seconda delle influenze ambientali - giungono o meno a manifestarsi totalmente. L'appartenenza a una razza si caratterizza, dunque, sulla base di corrispondenze spirituali, che producono la civiltà, oltre che fisiche.

Anche Freda sposò le idee di Evola ma, tra loro esisteva una ancor più palese corrispondenza, l’arresto: Evola fu il primo ideologo processato in Italia per le sue idee, anche se non portò a termine nessun atto violento. Nel 1951, al processo ai FAR (Fasci di Azione Rivoluzionaria), venne accusato di apologia di fascismo e di essere l'ispiratore di alcuni gruppi neofascisti. Fu assolto con formula piena, sempre nel 1951. Nel film di Giordana, Evola è ricordato nelle parole di Ventura, quando viene accusato di aver messo l’esplosivo nella banca: “Io mi occupo di libri. Di esplosivo conosco solo il pensiero di Nietzsche, di Marx, di Evola, di Pound, di Céline”. In conclusione, il lavoro di Giordana è apprezzabile dal punto di vista tecnico, può vantare una discreta regia, un ottimo cast, con interpreti notevoli anche in ruoli secondari (come Solli o Tirabassi), e una raffinata fotografia. Resta, comunque e purtroppo, un film di poca utilità e, cosa ben più grave, pur continuando ad asserire di essere solo un romanzetto, ha la pretesa di indottrinare il pubblico più giovane su uno degli eventi cruciali della storia italiana. Non dice niente di più di quel che direbbe un manualetto di storia contemporanea da liceo, non ha coraggio, non spinge a riflettere e a crearsi una propria opinione dei fatti. Propone un caotico guazzabuglio di schematiche interpretazioni, abbozza tesi che non ha il coraggio di sposare fino in fondo e lascia, alla fine, l’impressione di aver assistito a una puntata casereccia di X-Files girata in Italia. Peccato che la trama, stavolta, faccia parte della nostra Storia e che non si possa semplificare con l’ennesima e sterile spiegazione ideologica.

Nella Storia ci sono battaglie che non si concludono con tanta facilità, non si può, con arroganza, asserire di poter separare di netto la luce dalle tenebre. Come scriveva Céline: “Tutto quello che è interessante accade nell'ombra, davvero. Non si sa nulla della vera storia degli uomini” (9) e, forse, la verità non la scopriremo per molto tempo, o l’abbiamo già scoperta e qualcuno l’ha occultata. Ogni parte politica ha fornito una sua lettura degli eventi, spesso funzionale ai suoi obiettivi, anche sacrificando la giustizia. L’unico dato certo è la presa di coscienza della profonda difficoltà di giungere ad una verità e di amministrare una giustizia piegata agli interessi politici, la presa di coscienza di trovarci impantanati in una melma, in un’epoca ipocrita, senza ordine ideale e spirituale, in cui ci muoviamo seguendo unicamente delle ombre di un’umanità che non ci appartiene più, da troppo tempo.                            

Note:

(1) Yamamoto Tsunetomo, Hagakure. Il codice dei samurai

(2) Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, Einaudi, 2006,  p.405

(3) Massimiliano Griner, Piazza Fontana e il mito della strategia della tensione, Lindau, Torino, 2011, p.271

(4) Ibidem, p.235

(5) Maurizio Danese,  Gianfranco Bettin, La strage: Piazza fontana. Verità e memoria, Feltrinelli, 2002,  p.131

(6) Massimiliano Griner, op. cit., Lindau, Torino, 2011, p.22

(7) AA.VV., Piazza Fontana: una vendetta ideologica, Edizioni di Ar, Padova, 2005, p.61 

(8) Massimo Pacilio, Dal caos alla forma, da Risguardo V. Quarant'anni delle Edizioni di Ar, Liberia Ar, Salerno, 2004, p.88

(9) Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, Corbaccio,1992,  p. 75